Come ne venimmo fuori

Andato in scena al Teatro Puccini di Firenze

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Nel futuro qualcuno parlerà di noi, e chissà se avrà parole d’encomio. Sabina Guzzanti immagina un discorso di un anno qualsiasi nella seconda metà del millennio corrente, un discorso che celebra, come ormai è d’uso, la fine del secolo di merda, periodo buio – ma buio pesto – che va dal 1989 al 2041. Il mercato ha preso il sopravvento sulla politica, la persona con conta più nulla, né come individuo, né come membro della società, e si sfoga vomitando la propria “opinione” in rete. È il trionfo del neoliberismo. Per non ripetere gli errori del passato è necessario celebrare, ricordare, ma non basta: bisogna analizzare la mentalità dell’epoca, scoprire cosa c’era nella testa dei merdolani che li ha fatti sbandare di brutto. Non sono tante le fonti, restano giusto qualche discorso di politici dell’epoca e qualche informazione sulla vita quotidiana dei saranno antenati. Anzi, dei saremo antenati. Le frecce più acuminate, infatti, la Guzzanti non le scocca verso il singolo candidato o la singola sindaca, ma verso la società merdolana tutta, quella di cui facciamo parte lei sul palco, il pubblico in sala, io che scrivo e voi che leggete. E quest’accento sulla prima persona plurale è quanto di più intelligente e folgorante una compositrice di satire potesse fare. Sollevare lo spettatore, farlo accomodare su un mondo futuro e da lì indicargli questo che viviamo tutti i giorni. Osservandolo da lontano, ce ne distacchiamo abbastanza da poterlo criticare, finanche a condannarlo come fosse cosa estranea. Se sul palco non stesse qualcuno a ricordarcelo, quasi ci scorderemmo di farne parte. Suscitando sorrisi e risate anche sguaiate, la Guzzanti ci mette di fronte a una verità che rimpiattiamo sempre in fondo, come la commissione più noiosa nella lista delle cose da fare: siamo (anche) noi gli artefici del nostro destino, siamo parte della storia presente tanto quanto i nostri coevi che siedono in poltrone più comode delle nostre. Il secolo di merda inizia con la fine di questa coscienza. Le guerre mondiali, la crisi del ’29, il Cile degli anni Settanta, Cuba, il Vietnam, la rivoluzione sessuale. Tutto ciò che avvenne prima è preludio e maturazione di ciò che il secolo di merda rappresenta. Quello che manca, in questo periodo buio pesto, è una reazione, un destamento. Assistiamo sopiti al tempo che avanza, in attesa che sia lui a cambiare le cose. Il tentativo della Guzzanti di risvegliare le coscienze giunge al terzo anno di repliche, probabilmente non l’ultimo. Il suo testo, con la regia di Giorgio Gallione, le musiche di Paolo Silvestri e la scenografia di Guido Fiorato, è uno sguardo fresco e attento, privo di filtri, sul nostro presente. Il messaggio è ottimistico: ne verremmo fuori. Come, però, non è svelato fino in fondo, nessuna ricetta di salvezza, come potrebbe far intendere il titolo. Sul finale, celata da una falsa leggerezza, l’ultima sferzante provocazione: vogliamo davvero venirne fuori?

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