Der Vetter aus Dingsda

In scena dal 4 novembre 2017 al 16 febbraio 2018 alla Kammerspiele in der Messe di Innsbruck

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©Tiroler Landestheater

Bisogna valicare i confini per sfuggire dai ritriti Trovatori, Aide, Tosche che affollano, quando non affliggono, i cartelloni dei teatri italiani. Dopo lo splendido Capriccio del giugno scorso (qui la recensione), torno al Tiroler Landestheater per Der Vetter aus Dingsda di Eduard Künneke. Data in prima il 15 aprile 1921 al Nollendorfplatz Theater di Berlino, è considerata la sua operetta più famosa e meglio riuscita. L’ereditiera Julia De Weert giurò, bambina, fedeltà al cugino Roderich, imbarcatosi per la Batavia in cerca di fortuna. Per far rimanere il patrimonio nella casata, gli zii tutori vorrebbero darla in sposa al nipote August che si fa passare per l’amato parente. Julia è convinta di aver coronato il sogno d’una vita, ma gli eventi andranno diversamente. L’esilità della commedia viene compensata dalla scrittura musicale davvero peculiare, ricca di motivi orecchiabili e coinvolgenti. Künneke si dimostra ritmista originale, abile nel dare al testo forme dal potente impatto evocativo. Dingsda è l’altrove, un luogo esotico descritto con linguaggi, talvolta ironici, di cui si ricorderanno bene Weill e Bernstein – il sestetto Sieben Jahre lebt’ ich in Batavia anticipa certi passaggi della Dreigroschenoper e Trouble in Tahiti. Strahlender Mond, il canto notturno di Julia, non ha nulla da invidiare a quello di Rusalka o Polly Peachum, e si inserisce egregie in una struttura che alterna armoniosamente ampi momenti di lirismo, ad esempio il cullante Ich bin nur ein armer Wandergesell, a sonorità quali tango, foxtrot, valzer, one-step, al tempo assai apprezzate.

L’allestimento alla Kammerspiele in der Messe ha poche pretese, ma non perde il pregio di divertire lo spettatore. Michael D. Zimmermann cura scene e costumi con mano semplice, eppur non grossolana, aggiungendo un tocco di letteratura col balcone di Giulietta e un giardino, sorta di boschetto mozartiano, dagli elementi mobili. La regia di Thomas Gassner indaga la psicologia di questa curiosa famiglia, dove la malizia fa più volte capolino, oltre ad applicare una seria di gags e controscene spassose. Le coreografie di Randy Diamond sono efficaci nei finali, funzionali alla drammaturgia le luci di David Seebacher.

Date le dimensioni contenute della sala, inadatta a un organico tradizionale, è stata scelta la versione del 2008 di Konrad Haas per combo band che inevitabilmente svilisce la maestosità della partitura, conferendole decadenti sfumature stile Berlin DDR.

Nella compagnia si distingue Amelia Scicolone, Julia dalla voce omogenea, corretta nel fraseggio e facile all’acuto che fin da subito, colla bella Strahlender Mond giocata sui fiati, convince anche l’orecchio più critico. Johannes Strauß è tenore dallo strumento leggiadro, possiede notevole gusto esecutivo e ottime doti sceniche. Ben riuscito nella goffaggine dell’innamorato l’Egon di Unnsteinn Árnason. Dale Albright, lo zio Josef, è una maschera vivente, capace di adattare ogni singola ruga, più che ogni singola nota, alle esigenze del burbero personaggio. Gli fa da contraltare Susanna von der Burg, Wimpel dal piglio deciso e ancora vocalmente apprezzabile. Puntuale Florian Stern nella breve parte del vero Roderich. Precisa, ma migliorabile l’Hannchen di Verena Barth-Jurca d’estensione limitata in acuto. Completano il cast i domestici, Konrad Hochgruber e Thomas Rizzoli, affidatari di gran parte delle trovate comiche.

Risate continue, pubblico eterogeneo e consensi generali alla prima del 4 novembre.

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Der Vetter aus Dingsda

Operetta in tre atti

Libretto di Hermann Haller e Rideamus (Fritz Oliven) da una commedia di Max Kempner-Hochstädt.

Musica di Eduard Künneke nella versione per combo-band di Konrad Haas (Bamberga, 2008).

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Personaggi e interpreti

Julia de Weert: Amelia Scicolone

Hannchen, sua amica: Verena Barth-Jurca/Elisabeth Schwarz

Josef Kuhbrot, suo zio: Dale Albright

Wilhelmine, detta Wimpel, sua moglie: Susanna von der Burg

Egon von Wildenhagen: Unnsteinn Árnason

Uno straniero: Johannes Strauß

Un secondo straniero: Florian Stern

Hans,domestico: Konrad Hochgruber

Karl, domestico: Thomas Rizzoli

Combo band: Stefan Moosmann (clarinetto), Claudia Neudecker/Philipp Ossanna (chitarra), Jessi Kreuz/Johannes Sigl (basso), Fabian Kluckner/Robert Pammer (batteria).

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Direzione musicale e tastiera: Hansjörg Sofka

Regia: Thomas Gassner

Scene e costumi: Michael D. Zimmermann

Coreografia: Randy Diamond

Luci: David Seebacher

Drammaturgia: Christina Alexandridis

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