Mi è scappata la Marsigliese

Andata in scena al Teatro Greco di Roma e al Teatro San Guanella di Roma

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Di sottrazioni e appropriazioni indebite come di attribuzioni tardive è piena la storia; in molti casi gli impostori restano impuniti ma quando la querelle si accende inopinata attorno all’inno nazionale francese al punto da adombrare l’originalità del suo autore, sabaudo presunto dopo ben oltre due secoli di storia, allora in territorio cisalpino è il caso di fiutare l’inganno, smascherare l’imbroglio e far posto ad una verità meno artefatta e più verosimile. L’opportunità è ghiotta perché fra cugini serpenti la memoria è sempre all’erta, la protervia e le testate fanno male, le brighe sfiancano inducendo a burle feroci e la voglia di rivalsa a lungo repressa trova giusto conforto nel ludibrio consolatorio. Uno spartito controverso che rappresenta la massima espressione patriottica di una nazione stimola da un lato l’orgoglio che intollerabili insinuazioni hanno ferito e dall’altro l’accusa prediletta di ‘ladri conclamati’: due popoli affini l’un contro l’altro schierati come nelle migliori tradizioni di famiglia. La galeotta ricomparsa del testo musicale più famoso di Francia, o meglio, del suo omologo precursore, è solo l’ultimo pretesto di una serie infinita di accuse e provocazioni reciproche che sottendono una malcelata sudditanza psicologica più nostra che loro e affondano le radici in un passato conteso, fatto di gloria esibita e di altrettanta vanagloria, espressione irrinunciabile di una vera e propria insofferenza ed antipatia insanabili. Responsabile di tanto clamore tal Guido Rimonda, violinista e direttore d’orchestra di Saluzzo che nel 2013 incide e pubblica per la Decca l’opera omnia del grande compositore vercellese (di Fontanetto Po) Giovan Battista Viotti. In occasione di un concerto in memoria delle vittime degli attentati jihadisti del Bataclan di Parigi del 13 novembre 2015 tenutosi il mese dopo e in cui dirige la Camerata Ducale, esegue proprio un ‘Tema con variazioni per violino e orchestra’ sulla Marsigliese attribuito al musicista italiano approdato alla corte di Francia verso la fine del 1781. Il Rimonda sfodera la prova documentale esito di approfondite ricerche sulla biografia e sulle composizioni del Viotti. Il dado è tratto: non si può non indagare, pur nel convincimento che le forze in campo, ancor più in assenza di una prova autoptica delle filigrane che scoraggerebbe qualsiasi schermaglia, non si rassegneranno alla ragione altrui e non condivideranno il medesimo finale. I dibattiti suscitati dalla recente apparizione del citato manoscritto con firma in calce forse autentica ma con data controversa apposta da mano ignota alimentano illazioni, rivalità e interrogativi che due ardimentosi teatranti in vena di lazzi e animati da considerazioni ‘fuori dal coro’, dotati di humor e fantasia quanto basta, provano a codificare. Sostenuti da opportuno talento, trasportati dal sacro fuoco dell’arte e folgorati dall’intuizione giocosa di un terzo compare di merende, riusciranno i nostri condottieri non solo a ridimensionare la gravità di tanto plagio ma, ed è il merito più consistente, a riconsegnare la musica alla sua funzione primordiale, al mito che eleva il genere umano. Riusciranno nell’intento di rinvigorire la speranza in un mondo migliore, dove la diversità è ricchezza composita ed evolutiva, valore aggiunto di un patrimonio comune di idee che non va disperso nei rivoli del polemismo becero. Parliamo di un produttore sognatore e un po’ bohémien, Silvestro Farinelli, di un artista multiforme, Avio Focolari, e di un regista figlio d’arte, Fabio Luigi Lionello. Al primo parte la scintilla e gli altri due curano i testi ma se l’oggetto del contendere è ‘La Marsigliese’, occorre far partecipe della scommessa anche un musicista ispirato, deve venire da lontano, soprattutto deve essere coi fiocchi e allora Davide Pistoni si mette a disposizione. Pier Luigi Nicoletti affianca i magnifici quattro nel ruolo di direttore artistico. Nasce così un sodalizio speciale che genera per incanto una creatura divertente e delicata, che non ti aspetti, un inno bellicoso trasformato in elegia d’amore, ‘Mi è scappata la Marsigliese’.

Siamo nell’imminenza della Presa della Bastiglia e il compositore Giovan Battista Viotti (Avio Focolari) punta fiducioso alla direzione dell’Opéra di Parigi, ha già composto quel ‘Tema e variazioni in do maggiore’ la cui aria diverrà celeberrima e nella casa di Montmartre sta preparando il primo concerto in terra di Francia, Le Concert Spirituel. La sua è una dimora in fermento perpetuo che attrae personaggi stravaganti e ambigui ma anche poveri diavoli, sotto l’egida protettiva e senza distingui di questo musico filantropo italiano. La capitale è in subbuglio, spari e urla echeggiano ovunque, la rivoluzione più importante della storia è alle porte e non si può arrestare. L’incipit è già un compendio, oscuri figuri si aggirano tra quelle mura, mentre il suo pensiero va ricorrente oltre Manica all’ amata Margaret a cui confida speranze e timori. Il giovane violinista ha portato con sé la fidata governante napoletana, madame Pourel (Maria Lauria) e l’inseparabile amico romano Ciro Porpora, suonatore di clavicembalo (Maurizio Melaragni). Frequentatori dell’affollata residenza personaggi pittoreschi come Arnù (Philippe Boa) schiavo liberatosi, villico selvatico e piagnone, con il ritmo del bongo nelle vene. C’è chi cambia sesso come Clotilde (Laura Milani), affetta da sindrome da overdose di caffeina, violinista soprano che si finge Antonio Bartolomeo Bruni per farsi assumere come orchestrale in un’epoca in cui gli strumentisti dovevano appartenere al genere maschile. Fatica sprecata, perché in Francia la normativa è più permissiva e meno misogina. E ancora Adelina(Francesca Romana Verzaro), fornaia di Monterotondo vezzosa e intraprendente. Il Viotti si avvale dei favori della contessa Helene De Montgrult (Daniela Rosci) che ne intravede le qualità e lo introduce nei salotti aristocratici di Parigi. La nobildonna si accompagna quasi sempre al cagnolino L’una, portafortuna e passatempo preferito oltre le carte. La passione per la cartomanzia contagia il musicista al punto che non può fare a meno delle sue profezie che lo imbriglieranno senza scampo in un tourbillon di eccitanti aspettative e di inesorabili disinganni. Il bagatto è figura bifronte e devastante nei tarocchi marsigliesi, simbolo al contempo di abilità e inganno, e sotto le spoglie del potente esoterista Antoine de Gébelin (Diego Nesta), sconvolge la mente al povero Giovan Battista, privandolo della fiducia in se stesso e financo del libero arbitrio. Contro i poteri occulti e le logge massoniche la ragion (e soprattutto l’ingegno) non vale. Le lusinghe sono armi velenose e la chiave del successo passerà di mano alla stregua delle finte protezioni che saranno immeritata sorte di un presuntuoso, inetto, vanitoso ufficiale, Claude Joseph Rouget de Lisle ( Simone Pulcini). Sarà lui il flautista carneade e mano lesta che, profittando di tanta grazia e della sbadataggine indolente del padrone di casa, disordinato e avvezzo a lasciare ovunque e alla mercé di tutti le sue opere inedite, trafugherà il prezioso manoscritto a cui aggiungerà alcuni anni dopo, presumibilmente, le parole. Completerà senza sforzi l’opera trasformandone la natura pacifica nella dichiarazione di guerra di una marcia trionfale. A lui la consacrazione imperitura, al cittadino illustre di Fontanetto Po il rammarico per essersi lasciato scappare la ‘sua’ Marsigliese.      

Conclusioni. “Mi è scappata la Marsigliese” è una commedia musicale struggente, ti irretisce fra complotti e forze occulte, soprusi e trame, poi ti trasporta dolcemente in una dimensione onirica e fiabesca, infine riconcilia e rasserena sulle ali di un futuro incerto e comunque da percorrere, in un clima di riappacificazione sulle ceneri delle divisioni. Nessuno sa fino a che punto il compositore italiano fosse a conoscenza dello scippo e quali potrebbero essere state le sue conclusioni ma dall’alto della Storia crediamo che abbia sorriso e gradito post mortem le riflessioni dei quattro teatranti in vena di lazzi e di sottile umorismo che, accortisi finalmente di lui, hanno rimesso le cose a posto. Uno dei pregi della narrazione è certamente quello di non essersi fatti travolgere dagli avvenimenti storici e di non aver rinunciato alla vis comica anche in alcune scene a rischio rievocazione. Tra battute argute e in assenza di qualsiasi forma di revanchismo intemperante votato al recupero di un prestigio smarrito e spesso violato, nella domanda finale che chiude la commedia c’è il senso di questo bel lavoro. C’è la consapevolezza che lo stesso Viotti, finalmente rinsavito, evoca, delle virtù del belpaese e delle sue contraddizioni, dell’anima di un popolo che troppo spesso cerca lontano da sé gratificazioni e onori. Riappropriarsi della tradizione conquistando il futuro nel solco di un patrimonio che ha arricchito il mondo, allargando i confini della mente e del cuore, accogliendo, noi si, il seme della speranza. L’universalità assoluta della musica va preservata, le opere dell’ingegno sono comunque eterne e appartengono a chi ne sa cogliere la sacralità, il mistero e il suo potere catartico. Il finale travolgente di un canto dal titolo “Nina n’guvu” introduce una musica ancestrale propiziata dalle movenze tribali del buon Arnù e dalle sue ritmiche percussioni ed è un richiamo ineludibile che infonde ottimismo e riscalda i cuori.    

Interpreti. Avio Focolari è il musicista Giovan Battista Viotti. Recita e canta da par suo, è un professionista navigato e si vede, il mestiere lo sostiene in ogni situazione. Daniela Rosci è Helene De Montgrult, contessa esuberante, ammaliatrice, ironica, dotata di magnetismo irradiante e personalità dirompente. Maria Lauria è una governante energica e frizzante, profuma di bucato e di buona cucina, un po’ impicciona e pettegola e un po’ chioccia, come si conviene. Laura Milani è Clotilde e non solo, una macchietta instancabile nel doppio ruolo imposto dalle ristrettezze, sconta l’energia dei caffè a gogo, voce superba, simpatia innata. Maurizio Melaragni è l’amico romano su misura, colorito e spaccone, affidabile ma con parsimonia. Simone Pulcini è la caricatura del’impostore Claude Joseph Rouget de Lisle, affettato e presuntuoso, arrogante e disinvolto. Diego Nesta è l’innominabile monsieur Bagatto, adeguato in un ruolo infame. Philippe Boa è Arnù, dinoccolato fantasista dalla mimica irresistibile: ricorda i grandi della tradizione d’oltralpe. Francesca Romana Verzara è la sussiegosa Adeline, esile e civettuola. Valerio Rota è assistente di regia e gendarme a tutto campo. Eleonora Pedini è la delicata Margaret di cui assume le sembianze nel balletto della ‘Canzone per Margaret’ cantata da Avio Focolari; è sempre Eleonora a curare egregiamente le coreografie. Infine il piccolo Lorenzo Capponi imita il papà Maximilien ancora solo accademico ma che avrebbe inaugurato di lì a poco il Periodo del Terrore; Lorenzo è spigliato e inquietante mentre si diverte a tirare il collo alle bambole. Le musiche sublimi sono di Davide Pistoni. Ricordiamole: Il bagatto (interpreti Avio Focolari, Daniela Rosci e Diego Nesta con balletto di Eleonora Pedini e Philippe Boa), La pastiera (Maria Lauria e il coro degli attori), Il trucco non c’è, Il gatto (Laura Milani), Canzone per Margaret (Avio Focolari). I costumi ricercati e preziosi sono di Emanuela Fabozzi. Di Tina De Marco è il solito puntuale contributo di ‘taglio e cucito’ sartoriale. La regia è di Fabio Luigi Lionello.   

 

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