Il cielo non è un fondale o della lucida realtà delle cose

Andato in scena dal 21 al 26 novembre all’Arena del Sole di Bologna

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Quattro attori recitano, o meglio, “vivono” sé stessi in un flusso di parole e interazioni vere e forse proprio per questo spiazzanti.

Volendo sintetizzare in due parole Il cielo non è un fondale, candidato a 5 premi Ubu, sceglierei proprio queste. Daria Deflorian e Antonio Tagliarini mettono in scena uno spettacolo spoglio di tutte le caratteristiche proprie di uno spettacolo: non ci sono scenografie, gli attori sono già in scena all’ingresso degli spettatori in sala, nessun cambio di costume, non ci sono particolari giochi di luce, il palcoscenico della Sala Leo De Berardinis sembra asettico e il contrasto del nero del fondale e delle pareti con la luce bianca che inonda tutto rende la scena quasi brutalmente asettica. Reali sono i quattro attori (Daria Deflorian, Antonio Tagliarini, Francesco Alberici e Monica Demuru) che prima che inizi lo spettacolo, chiedono al pubblico di chiudere gli occhi durante i “cambi”, in modo tale da non disperdere l’energia creata dai discorsi. Sono proprio i discorsi infatti, l’elemento essenziale dello spettacolo.

Ci si riconosce nelle storie, nelle persone e soprattutto nei luoghi evocati dai quattro, lasciandosi coinvolgere ancor di più dalla splendida voce della Demuru che intona canzoni “vintage” dal sapore malinconico di alcuni tra i più grandi autori italiani, Battisti, Dalla, Mina.

Prima di mutarsi in flussi di parole, i pensieri degli attori fanno rumore: li si sente e li si percepisce fare a gara per acquistare vita nelle parole pronunciate ora a spizzichi e bocconi, ora sputate come fiumi in piena, ora dialogate a più voci.

Riflessioni dunque, che partono principalmente da sogni, paure, esperienze sicuramente estrapolate dalla vita vera dei quattro e rimaneggiate per la scena. Così prendono vita storie aventi a che fare con il diverso, l’altro: incontrato per caso ad un angolo della strada mentre chiede l’elemosina o vende le rose, avvicinato su una panchina di un parco vuoto o collega aiuto-cuoco in un ristorante. L’evocazione delle storie avviene sempre nel cuore di grandi e anonime metropoli: Roma, Milano, Londra, dove di fronte a queste situazioni “restare umani” implica uno sforzo in più nel rinunciare ad una piccola parte di sé per aiutare il prossimo.

La naturalezza dei racconti crea un’intimità speciale fra gli attori e la stessa atmosfera si riflette nel pubblico, che per un’ora e mezza pare come sospeso fra illusione e realtà, legato a doppio filo alle “confidenze” che culminano nella scena finale del termosifone, unico oggetto scenografico presente sul palco: simbolo di calore, casa, luogo sicuro inteso non solo fisicamente ma come cantuccio dell’anima in cui lasciarsi andare.

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