Un’ora di tranquillità

Al Teatro Sala Umberto di Roma fino al 17 dicembre 2017

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Il titolo esprime un desiderio che… non si realizza. È ciò che vorrebbe Michel per mettere sul giradischi un vinile scovato da un rigattiere sul Lungosenna dopo una meticolosa ricerca e inebriarsi delle note di “Me, Myself and I” di Neil Youart Irving per riassaporare i piaceri della giovinezza. Massimo Ghini attinge alla sua esperienza cinematografica e, sulle immagini di questo antefatto in cgira per i negozi di musica di Parigi alla ricerca dell’agognato disco, fa scorrere i titoli di testa.

Il sipario si apre su una scena futurista disegnata da Roberto Crea, un salotto dalle spesse pareti bianche inclinate e un enorme oblò sulla Tour Eiffel illuminata, con un giradischi totem al centro, pronto alla bisogna.

In questo interno si susseguono rivelazioni, incursioni varie, confessioni, scontri familiari e amicali, come palline che schizzano da un bigliardino impazzito.

Michel vuole solo godersi il suo disco, pezzo raro mancante nella sua collezione di brani jazz ma, quando sta per poggiare la puntina sul solco affermando di sentirsi un uomo felice, la moglie lo assale con le sue confessioni, rivelandogli i suoi trascorsi. Intanto arriva come un tornado l’idraulico per riparare un guasto in cucina, poi bussa il vicino polacco al quale la perdita ha provocato un’infiltrazione d’acqua e deve tenere a bada trenta ospiti per la festa del vicinato. I discorsi si intrecciano e si sovrappongono mentre Michel si sforza di essere impermeabile a ogni avversità sperando di liberarsi degli intrusi e conquistare qualche minuto per sé. Sull’abbrivio della sequenza di imprevisti arriva il figlio, musicista hard rock dei Fuckers che ingoia topi vivi e non vuole essere chiamato col nome di Sebastien.

Come in un vaudeville che si rispetti sopraggiungono anche la sua amante e quello della moglie, amici della coppia. Tutti i tasselli si scombinano per ricombinarsi in modo imprevedibile. Si potrà, alla fine, diffondere nell’aria quella musica tanto agognata? Lieto fine o ancora contrattempi?

La pièce di Florian Zeller contiene i presupporti della commedia francese occhieggiando a Feydeau, in un testo strutturato come una partitura, mentre Massimo Ghini travolto dagli eventi, è instancabile nel vano tentativo di minimizzare gli imprevisti perdonando perfino i tradimenti pur di ritagliarsi un po’ di solitudine. Perennemente in scena, si prodiga, inventa soluzioni e si adegua all’ineluttabile con la vivace rassegnazione di un alieno catapultato in una gabbia di esagitati. Ottima la sua prova d’attore, disorientato ma non sopra le righe.

Gli incastri, il linguaggio, il profilo dei personaggi che intendono abbattere le ipocrisie borghesi rendono molto godibile questo testo del giovane drammaturgo, vincitore di diversi Molière Awards. Il cinismo sottile e l’opportunismo di fondo fotografano la società odierna, insoddisfatta e convulsa.

Variopinta e ben amalgamata la corte di interpreti che ruota come una girandola intorno al protagonista, sostenuti dalla regia di Ghini che dà ritmo sostenuto ed equilibrio pur nella prevedibilità degli accadimenti: Galatea Ranzi è la moglie Nathalie, inquieta e pervasa dai sensi di colpa avvolta in svolazzanti abiti da signora bene, Marta Zoffoli è la sensuale amante, Claudio Bigagli tratteggia un profilo ironico e un po’ grottesco del bislacco vicino Pavel, Massimo Ciavarro è l’amante bamboccione, Luca Scapparone il maldestro idraulico portoghese, Paolo Roca Rey il figlio metallaro avulso dal contesto familiare ma inesorabilmente attratto dalla forza centripeta degli eventi che travolgono anche lui.

Da vedere per vivere un’ora e più di divertimento.

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