Das Kaffee Haus. La bottega del caffè

Andato in scena al Teatro Vascello di Roma

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I vizi segreti, ma non troppo, della borghesia veneziana in una notte di carnevale.

È del 1750, scritta in italiano, La bottega del caffè in cui Goldoni stigmatizza valori e disvalori della classe borghese, dallo spirito imprenditoriale del barista che esercita un mestiere utile e onorato al biscazziere che lucra sulla dipendenza dal gioco fino all’inetto usuraio che mette in piazza le piccinerie degli avventori.

È del 1969 la riscrittura di Rainer Werner Fassbinder che mette sotto la lente d’ingrandimento i personaggi, enucleandone la lasciva tendenza autodistruttiva disancorata da valori etici, affettivi, esistenziali e interamente proiettata sulla centralità del denaro e del potere che esercita sulle coscienze.

Veronica Cruciani, regista emergente rivolta a nuovi linguaggi, realizza l’allestimento in una visione contemporanea in cui il denaro è il fil rouge che abbrutisce alimentando passioni e annodando sentimenti.

Alla festa di carnevale, crinoline e mascherine dorate danzano il valzer, l’ambiente ovattato stempera gli animi in un’assoluta vaghezza. L’uomo senza maschera è l’estraneo, lo slavo usuraio che denigra pubblicamente le sue vittime. Prende il via una commedia umana di progressiva contrapposizione fra debolezze e ricatti, un decadimento morale e psicologico scandito dal prezzo pattuito espresso ossessivamente in zecchini e nell’equivalente valore in sterline, dollari, euro a sottolineare l’universalità e atemporalità del cinico opportunismo che governa gli uomini.

Riflesso del potere in ogni epoca, il denaro corrompe e strumentalizza, ammantando di un’aura di nobiltà il millantatore o facendo capitolare una donna morigerata, in una girandola di pegni, prestiti, perdite al gioco, sommati e moltiplicati e sempre espressi in zecchini, sterline, dollari, euro con corredo di decimali.

La Cruciani ci propone una contaminazione di generi, ispirandosi al passato per denunciare il presente. La rappresentazione, infatti, trascolora dal classico manierato al contemporaneo granitico, compendiando la critica alla borghesia di Goldoni con l’affanno esistenziale di Fassbinder, in un crescendo ineluttabile che avvinghia le esistenze in un groviglio inestricabile di ipocrisia e falsità senza salvezza.

Il bar, luogo dove si incrociano i percorsi di tutti, si trasforma in una fucina di veleni dove si paga un prezzo per tutto.

Mentre impazza il carnevale, coprirsi il viso e denudare i corpi può costituire una nemesi che traghetti verso un altro da sé, rivelando il proprio doppio? Basterà eliminare il solo che agisce a viso scoperto per andare oltre la disperazione?

Immaginifica e minimalista la scenografia di Barbara Bessi che evoca sale damascate e affacci sulla laguna, col sostegno della drammaturgia sonora di Riccardo Fazi che dissolve le iniziali musiche barocche nei ritmi elettronici del concitato finale dove tutto è sommerso dalla nebbia, coadiuvato dal disegno luci di Gianni Staropoli.

In scena la compagnia del Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia dà prova di affiatamento in un’opera corale che culmina in un esasperato straniamento: Filippo Borghi è il giocatore Eugenio, Ester Galazzi la cortigiana Lisaura, Andrea Germani è il generoso cameriere Trappola, Lara Komar è Vittoria moglie di Eugenio, Riccardo Maranzana è il saggio barista Ridolfo, Francesco Migliaccio è il maldicente don Marzio, Maria Grazia Plos è l’energica Placida, l’attore ospite Ivan Zerbinati è il millantatore conte Leandro e Graziano Piazza il biscazziere Pandolfo.

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