Finale di partita

In scena fino al 14 gennaio 2018 al Teatro della Pergola, Firenze

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Foto di Manuela Giusto

con Glauco Mauri e Roberto Sturno

di: Samuel Beckett

e con: Elisa Di Eusanio, Mauro Mandolini

scene e costumi: Marta Crisolini Malatesta

musiche: Giacomo Vezzani

regia: Andrea Baracco

scene: Massimo Troncanetti

produzione: Compagnia Mauri Sturno

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Finale di partita”, ovvero quando la tragedia del vivere diventa farsa e la farsa del vivere diventa tragedia. Basterebbero queste parole di Glauco Mauri per descrivere quest’opera di Beckett dove l’amore ed il dolore generano un’inevitabile frustrazione e delusione della vita, dove il non significar nulla diventa l’unico significato, dove non possono sopravvivere neanche i sopravvissuti.

Altro dramma epocale beckettiano, oggetto di numerosi tentativi di “cattura” del significato da parte di critici e drammaturghi, in realtà altro non è che un dramma intenso ma insensato, che descrive l’assurdo della condizione umana e per la stesura del quale ha sicuramente influito l’esperienza vissuta accanto al fratello morente, la sua cura nel lento approssimarsi della fine. Così sono Hamm e Clov (rispettivamente Glauco Mauri e Roberto Sturno): il vecchio signore ed il suo servo, il cieco immobilizzato su una sedia a rotelle e l’uomo che vede, ma non troppo lontano e che cammina ma non può sedersi né andarsene via. Hamm e Clov vivono di dialoghi basati su frasi brevi, in un botta e risposta ordito sapientemente con un’alternanza di mossa e contro mossa. Tengono sotto scacco gli altri personaggi, Nagg e Nell, relegati dal regista Andrea Baracco non in dei bidoni della spazzatura (come prevedrebbe la sceneggiatura originale) bensì in dei feretri di reti metalliche, dai quali traspare la loro nudità, immaginati come fantasmi, come anime impure rimaste imprigionate in un limbo, come se dovessero scontare chissà quale peccato.

I personaggi giocano sul palco una pseudo-partita a scacchi: è lo stesso Beckett, grande appassionato di questo gioco, a definire questa analogia: il finale di partita nel gioco degli scacchi è quel momento che è designato da un esiguo numero di pezzi “sopravvissuti” sulla scacchiera (di solito in un match tra giocatori abili) quando il re non è più solo una figura da difendere ma diventa anch’egli una figura di attacco. Le movenze di Clov, analoghe e ripetitive nella loro regolarità e le continue istigazioni di Hamm, non fanno altro che confermare questa affinità: sono mosse senza senso che rimandano ad una conclusione facilmente immaginabile, una partita persa fin dall’inizio, uno scacco matto inevitabile.

L’ambientazione così essenziale, asettica e fine a se stessa, con una luce soffusa a fare da contorno è la perfetta ricostruzione di un mondo fuori dal tempo e dallo spazio, dove all’interno non vi è prospettiva ed all’esterno vi è il nulla.

La poesia beckettiana e la sua profonda umanità sono riportate sul palco da un Mauri che offre al pubblico quel godimento che solo un grande attore della sua portata può dare, il quale viene ripagato da un affetto segnato di commozione e gratitudine.

Glauco Mauri è anche fresco di onorificenza: il 5 gennaio scorso, dopo aver dato vita con Roberto Sturno all’evento “En attendant Beckett” (un percorso multimediale d’approfondimento sull’opera beckettiana con poesie e brani letterari accompagnati da musiche originali eseguite dal vivo da Giacomo Vezzani), gli è stata consegnata la medaglia d’onore degli Accademici Immobili, riconoscimento ad una carriera inimitabile e ad un legame ultrasessantenne con il Teatro della Pergola.

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