Il fu Mattia Pascal

Al Teatro Ghione di Roma fino al 21 gennaio 2018

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La rivisitazione di Claudio Boccaccini della produzione letteraria pirandelliana prosegue con questo allestimento del romanzo in cui le tematiche della maschera, del doppio e della frantumazione del Sé acuiscono le difficoltà del vivere.

Nell’adattamento di Eleonora Di Fortunato e dello stesso Boccaccini, la narrazione a posteriori che Mattia Pascal fa della sua vicenda scambiando considerazioni con un alter ego sull’opportunità di scrivere la propria biografia, sorvola sull’antefatto delle intricate vicende familiari e matrimoniali, limitandosi ad affermare che la convivenza con la moglie e la suocera era difficoltosa. Dallo scambio di battute emerge che, per sottrarsi alle problematiche esistenziali, parte per Montecarlo dove vince una cifra consistente al casino e al ritorno, in uno stralcio di giornale legge della sua morte, avendolo la moglie riconosciuto in uno sventurato suicida.

Gli balena la prospettiva di una nuova vita priva di pensieri e responsabilità, ed eccolo in una camera in affitto a Roma dove assume il nome di Adriano Meis. Il nome, appunto, ma non l’identità non potendo disporre di documenti legali. La pensione di Anselmo Paleari, uomo bizzarro dedito alla filosofia e all’esoterismo, è gestita dalla figlia Adriana, giovinetta candida e timorata di Dio, che tenta di resistere alle insidie del cognato Terenzio rimanendo attratta dalla discrezione del suo ospite. Gli impedimenti burocratici inducono l’uomo a scomparire, inscenando un suicidio nel Tevere, e poi tornare al paese per riappropriarsi della vera identità. Ma la vita è andata avanti sui binari della normalità e la moglie si è risposata. Cosa fare? Non è più Mattia Pascal, non può essere nessun altro, può essere solo “il fu Mattia Pascal” un morto vivente che indossa una maschera, ponendosi fuori dalle convenzioni sociali e dalle verità assolute.

Il preambolo fra Mattia e il narratore accerchiato da un mucchio di libri, si svolge sul proscenio. All’apertura del sipario, dal fondale una gigantesca scaffalatura zeppa di ponderosi volumi e polverosi faldoni incombe sulla scena invasa da nugoli di tomi disseminati in ogni dove, onirica proiezione dei ricordi di Mattia bibliotecario a Miragno, che non potendo avere l’identità di Adriano Meis evoca il simulacro di quella precedente, e ne prelude il ritorno in un linguaggio teatrale ciclico, con la scena che verrà avvolta da una plumbea luce giallognola.

Questa ambientazione strabordante costituisce la ricca biblioteca di Anselmo Paleari, accanito studioso dell’occulto, in cui l’assenza di qualunque suppellettile priva la recitazione di punti di ancoraggio fisici e la affida totalmente alla parola.

Boccaccini sceglie di rileggere il testo del drammaturgo di Girgenti per simboli e contrasti e ne amplifica il profilo umoristico, allorché l’essere umano a disagio di fronte al mondo diventa ridicolo e patetico. Centrale diventa la seduta spiritica guidata dalla signorina Caporale, ospite della casa, ripetutamente interrotta da qualche imprevisto, con i partecipanti in piedi che agitano i lanternini rossi che, nella teosofia professata dal padrone di casa, sono la luce interiore che ciascuno riversa sulle cose creandosi l’idea illusoria che la realtà sia oggettiva mentre invece è la proiezione soggettiva della coscienza.

Tale impronta di commedia brillante che sottolinea la giocosa irrazionalità di chi si affida al paranormale, si contrappone all’ambientazione che evoca la conoscenza positivista del sapere.

Felice Della Corte è il dolente Mattia Pascal, Alessia Navarro è discreta e sensibile nel ruolo di Adriana, Paolo Perinelli è l’astruso Anselmo, Siddhartha Prestinari è la signorina Caporale godibilissima nel ruolo della medium, Maurizio Greco, Pierre Bresolin e Ilaria Guidantoni gli altri interpreti.

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