“Il Malato Immaginario” al Teatro della Corte di Genova

Messaggio e bravura che superano il tempo

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Eh sì, è proprio uno spettacolo senza tempo “Il Malato Immaginario” di Molière. E lo è ancora di più la versione in scena al Teatro della Corte di Genova dal 9 al 14 gennaio, per la regia di Andrée Ruth Shammah. Protagonista, un maturo Gioele Dix.

Davvero un allestimento godibile e senza tempo, dicevamo. Innanzitutto nel suo messaggio. La polemica del drammaturgo parigino nei confronti di certi medici saccenti scavalca sapientemente il secolo del Re Sole e arriva ai giorni nostri, alimentata sempre da nuove polemiche che celano la difficoltà di molti a credere nella scientificità della medicina, come la tendenza di tanti professionisti a far sfoggio di conoscenze e rimedi (veri o presunti) che non sempre risolvono il problema di chi soffre. E poi c’è chi addirittura “vuole” soffrire, quasi si compiace di ritrovarsi malato, pur di essere costantemente accudito e giustificato così nel suo desiderio di abdicare ad ogni responsabilità, preferendo osservare l’esistenza altrui trascinandosi svogliatamente giorno dopo giorno.

Questo è quanto ci trasmette ancora oggi la figura del benestante e ipocondriaco Argante, indaffarato ad inizio commedia nel calcolo di quanto del proprio patrimonio stia disperdendosi (anzi no, sia ben speso il Nostro direbbe) in medicine, purghe e salassi, ma contrariato al tempo stesso di non poter lasciare tutti i propri averi alla moglie Belinda (Linda Gennari), così prodiga di amorevoli cure nei suoi confronti. Del resto, l’importante è essere circondati di ogni attenzione quando ahimè, come nel suo caso, si è vittima dei più terribili malanni.

Senza tempo è la scenografia estremamente curata, allestita da Gianmaurizio Fercioni. In essa coesistono grandi lampadari che rimandano al passato e sedie dalla linea moderna attorniate da quinte essenziali, attraverso le quali i personaggi origliano, si nascondono, si travestono, scappano. Al centro del palco, della trama e dell’attenzione stessa dello spettatore la grande poltrona rossa (all’occorrenza anche lettino), su cui Argante trascorre e proprie giornate incapace di pensare se non alla propria salute che appare inevitabilmente compromessa. Accanto alla poltrona, l’indispensabile carrello che ospita innumerevoli ampolle per i più svariati preparati medicamentosi.

Senza tempo anche gli abiti di scena, anch’essi opera di Fercioni. La palandrana che avvolge il protagonista, certo, ma anche il resto dei costumi: più ottocenteschi quelli maschili (con cilindri, mantelli, stivali), più moderni e vicini alla contemporaneità quelli femminili, eccezion fatta per il look della serva Tonina (Anna Della Rosa), che ricorda le suore degli ospedali di un tempo.

E senza tempo è la bravura di Gioele Dix, che sveste i panni del comico televisivo e torna a questo capolavoro di Molière dopo più di trent’anni. Con l’attore milanese nei panni del giovane Cleante, infatti, la regista Andrée Ruth Shammah aveva già portato in scena “Il Malato Immaginario” agli inizi degli anni Ottanta, affidandosi all’inarrivabile Franco Parenti per il ruolo di Argante.

Dix rivela in questa nuova versione dello spettacolo, la propria maturità attoriale, mostrandosi perfettamente a proprio agio in un ruolo che lo pone al centro della scena, dei dialoghi e dell’attenzione degli stessi personaggi per due ore e mezza di spettacolo. Personaggi alcuni amabili e fidati, altri arrivisti e senza scrupoli. In ogni caso, interpretati tutti da validissimi professionisti. Il loro affiatamento si nota e da qui nasce la piacevolezza d’insieme della pièce.

Ma se la bravura degli interpreti è senza tempo, non può che riguardare allora chi sul palco ha maggiore esperienza come i giovani, senza distinzione. È più che giusto quindi sottolineare come Anna Della Rosa (un’ovazione finale per lei da parte di tutta la platea), giganteggi accanto a Dix in un continuo scambio di ruoli che vede Tonina armarsi di buonsenso e arguzia per tessere le fila di ciò che accade all’ingenuo Argante (capace solo di insultarla e di alzare la voce nei suoi confronti). Vorrei però anche soffermarmi sui talentuosi Francesco Sferrazza Papa (Cleante, disposto a divenire medico pur di potere sposare la giovane Angelica) e Francesco Brandi, nei panni non semplici del logorroico neolaureato in medicina Tommaso, figlio dell’esimio Professor Purgone e promesso sposo della ragazza per volere dei rispettivi genitori. E una menzione speciale va proprio a lei, Angelica, figlia di primo letto di Argante. Ad interpretarla, Roberta Lanave. Una piacevole scoperta le sue doti vocali rivelate dal duetto canoro con Cleante, la versatilità con cui sa dare vita anche alla piccola Luisona (sorella minore di Angelica) e, perché no, la sua sincera emozione finale, che non guasta. Gli attori appaiono a tratti realmente divertiti. Tutto ciò favorisce la partecipazione del pubblico che applaude compiaciuto.

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