La monaca di Monza

Andato in scena al Teatro Testoni Ragazzi di Bologna

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di Giovanni Testori

Produzione (S)Blocco5

Regia e interpreti: Yvonne Capece, Walter Cerrotta

Designer luci: Anna Merlo
Assistente alla regia (per la ripresa del 2018): Micol Vighi

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È raro vedere uno spettacolo ben strutturato in ogni sua componente. Vedere una sceneggiatura partire da un testo importante e saper rendere vitale ogni parola. Vedere un’interpretazione magistrale degli attori che riescono ad essere chiari, puliti, mai monotoni pur nei lunghi monologhi, tenendo sempre la tensione altissima e lo spettatore sotto tiro emotivo. Vedere una scenografia essenziale ma estremamente efficace, con semplici espedienti, dal grande impatto visivo. È davvero raro vedere tutto questo in un solo spettacolo, eppure La Monaca di Monza di Giovanni Testori messa in scena al Teatro Testoni Ragazzi dalla compagnia (S)BLOCCO5 è riuscita a coniugare tutti questi aspetti e a creare uno spettacolo che, se dire perfetto è troppo perché la perfezione non esiste, sicuramente ci si avvicina molto.

I maggiori artefici di questo successo sono indubbiamente Yvonne Capece e Walter Cerrotta che, non solo sono interpreti della pièce, ma ne hanno curato anche la regia che si dimostra attenta, studiata per esaltare il testo di Giovanni Testori, appositamente scelto per le sue peculiarità e implicazioni letterarie e morali. Marianna de Leyva e Gian Paolo Osio diventano qui archetipi all’interno di un universo lacerato e dilaniante e il monastero il simbolo della prigionia, dell’oppressione e dell’inibizione di ogni libertà di scelta.

Yvonne Capece, con una prova attoriale travolgente, narra la storia della prigionia di questa donna, costretta a passare dal carcere familiare alle segrete del Monastero fino al carcere penale. Una donna che, nonostante le catene non riesce a reprimere il desiderio della carne, della passione blasfema e disperata che desidera esplodere. La monaca di Monza, simbolo di una femminilità amputata ma ribelle, è divenuta, per la straordinaria vicenda storica, un mito letterario, la parabola di una donna tradita: dal padre prima, che la costringe a prendere i voti; dal prete Don Egidio, uomo che per primo l’ha spinta verso il piacere e la voluttà; dalla madre superiora che non l’ha protetta dalle insidie di Osio, divenuto suo amante, per salvaguardare il buon nome del convento, da Osio stesso che dichiara di non averla mai amata e averla sedotta per bestemmiare Dio.

Lo spettacolo oscilla tra lunghi monologhi e dialoghi immaginari tra Suor Virginia e i principali artefici del suo calvario, il tutto ambientato nello spazio mentale della protagonista che rivive le sue pene. Anche la scenografia è scarna – delle panche che vengono spostate dagli attori in base alle esigenze sceniche e uno scranno al centro dello spazio – il tutto immerso in una semioscurità permanente che rimanda alla dimensione del sogno, creando un ambiente rarefatto. È Walter Cerrotta a dare voce e corpo a tutti i protagonisti che gravitano attorno alle nefande vicende di Suor Virginia cambiando personaggio con semplici espedienti, con scelte iconografiche che rimandano anche a un’accurata ricerca dell’immaginario (anche musicale) del ‘600.

Il testo di Giovanni Testori inoltre, per sua stessa natura, vive in un linguaggio altamente letterario ma nello stesso tempo vivo, carnale, passionale. Ed è proprio questo uno degli ingredienti principali, grazie anche alla capacità degli attori di rendere la parola attuale, carica di senso, per uno spettacolo emozionante, coinvolgente, dal quale è impossibile uscire indifferenti.

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