Vincent Van Gogh. L’odore assordante del bianco

Andato in scena al Teatro Toniolo di Mestre (VE)

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di Stefano Massini
con Francesco Biscione
e con Massimo Nicolini, Roberto Manzi, Alessio Genchi, Vincenzo Zampa
regia Alessandro Maggi

Testo vincitore del Premio Tondelli Riccione Teatro 2005

scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
disegno luci Valerio Tiberi e Andrea Burgaretta
musiche Giacomo Vezzani
supervisione artistica Alessandro Preziosi
una coproduzione Khora.teatro TSA – Teatro Stabile D’Abruzzo e Festival dei due mondi – Spoleto

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La sala è piena. È sabato sera. Il Toniolo, a pochi metri da Piazza Ferretto, ancora una volta conferma che il popolo mestrino al teatro ci tiene. Guardandomi attorno nella ricerca del posto mio e di Max, noto a malincuore che l’età media della sala è oltre la cinquantina, a confermare ancora una volta che il popolo mestrino per ORA ci tiene al Teatro, in un futuro chissà se sarà dello stesso parere.

Ecco i nostri posti! Ci sediamo e Max tira fuori il volantino di sala, legge e poi esclama: “Ehi ma non mi avevi detto che era su Van Gogh! Bello! Mi è sempre piaciuto un sacco Van Gogh! Tutti quei colori…e poi lui era fuori come un balcone”.

Prendo il flyer dalle mani di Max e butto un occhio: “Vincent Van Gogh. L’odore assordante del bianco” testo di Stefano Massini per la regia di Alessandro Maggi; scene e costumi di Marta Crisolini Malatesta, disegno luci di Valerio Tiberi, Andrea Burgaretta e musiche di Giacomo Vezzani, una coproduzione tra Khora.teatro, Teatro Stabile D’Abruzzo, Napoli Teatro Festival Italia e con Festival di Spoleto 60.

Sto per leggere i nomi del cast quando le luci si abbassano.
La platea si silenzia. Adoro questo momento. C’è tutta l’aspettativa del mondo condensata in trenta secondi.
Come per magia, il sipario si apre, lasciandoci entrare in un altro mondo.

Ci troviamo dentro una stanza composta da tre pareti asettiche e un piano inclinato che fa da pavimento. Tutto è bianco. Una figura rotola giù, si sente la voce registrata di un bambino.
È Vincent Van Gogh, interpretato da un intenso Alessandro Preziosi, chiuso nella stanza del manicomio Saint Paul. Ci appare afflitto ma non sfinito, è ancora combattivo, crede di poter uscire in qualche modo da quel posto, che forse non è altro che la sua mente. Prende vita un sogno delirante in cui realtà e follia si intersecano dentro e fuori il pittore. Infermieri e medici si susseguono per sopportarlo o annientarlo in questa via crucis personale che ha come tema costante la ricerca del colore in una stanza che non ne ha.

Dopo un’ora mezza le luci in platea si alzano, le porte si aprono e i suoni della città invadono il teatro. La magia è finita, tutti si avviano verso qualche meta culinaria.
Io e Max non perdiamo tempo e ci dirigiamo verso il solito bar per la solita birra.

Allora?” faccio io “Che ne pensi?”

Prima tu”.

Dice, spiazzandomi. Forse sarà un trucco: vuole vedere se sono stata attenta, se ho notato i particolari. Lo accontento subito e comincio: Be’, ho trovato davvero originale l’idea scenografica, poi tutto quel bianco…dopo un po’ ti mandava fuori di matto! E poi gli interventi musicali. Ne vogliamo parlare? Davvero emotivi e…come dire…giusti! Le tracce che sono state inserite, anche spesso solo quei suoni prolungati o battiti cardiaci, si inserivano a livello drammaturgico in modo così puntuale che le parole prendevano colore. Testo bello e pieno di immagini: l’idea di paragonare la mente all’oceano…bellissima! E poi tutto quel rapporto con il fratello Theo, con gli infermieri e quel dottore terribile…No, no, senza dubbio il testo è possente. Massini ha fatto davvero un lavoro splendido. Sulla regia avrei qualcosa da dire: tanto parola e poca azione. Tanto delegato alla recitazione a tratti un po’ caricata. Non fraintendermi, ho trovato tutto il cast davvero di grande livello, ma a volte mi parevano tutti troppo statici, sembravano quasi più speaker che attori con gambe e braccia. Senza dubbio una scelta registica ma…ecco…Secondo me si poteva osare un po’ di più!”

Lo sguardo di Max è stranamente dritto. Lo osservo meglio e vedo che con gli occhi mi attraversa. Giro la testa di centottanta gradi ed ecco spiegato l’arcano: dietro di me c’è il cartellone dove sono elencate le birre del mese.

Cosa prendi?” mi fa.

Come al solito, non aveva ascoltato nulla del mio discorso.
Scelte le birre, mi lascio prendere dallo sconforto. Era meglio cambiare argomento e non parlarle dello spettacolo, a meno che non volessi buttarmi in un altro monologo. Ma proprio quando meno me lo aspetto:
Io di Van Gogh sapevo le cose che ho studiato sui libri, quelle che sanno tutti. Non mi è mai venuto in mente di chiedermi cosa pensasse, come stesse mentre era in manicomio, quanto deve essere stato difficile per lui stare in questa stanza tutta bianca senza poter dipingere. Sono domande ce non ti fai di solito. Mentre stasera, bé, me lo sono chiesto. Chissà come stava. Vado a lavarmi le mani”.

Si alza, lasciandomi immersa in una riflessione: se a prescindere da tutto, uno spettacolo fa uscire uno spettatore con domande del genere, allora è uno spettacolo che ha fatto centro. Possiamo discutere ore su quello o su questo, scrivere paroloni e recensioni chilometriche, decantare l’occhio azzurro del buon Preziosi, ma Teatro è empatia. E se stasera tutta quella gente assieme a noi ha avuto modo di entrare in contatto con una parte dell’anima di Van Gogh ed è andata a casa con la curiosità di saperne di più, non si può non dire: evviva il Teatro!

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