Il luogo del teatro

Un bell'articolo di Alessandra Manenti sul fare teatro giù dal palcoscenico

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Foto di Federica Gambacciani

Quella di luogo del teatro può apparire come una ripetizione di termini, un’espressione sovrabbondante: il teatro è un luogo. In realtà il termine teatro è passato dall’indicare semplicemente l’insieme di palcoscenico e platea al significato più ampio e astratto di arte recitativa. Il teatro non si può più soltanto raggiungere, ma anche fare. Sembra una banalità linguistica che abbiamo ormai assorbito, quasi senza rendercene conto, ma è il riflesso di un cambiamento profondo dello spettacolo, che ha portato il teatro arte fuori dal teatro struttura. Oggi si fa teatro agli angoli delle strade e in mezzo alle piazze, in giardini di periferia e nelle ville storiche. Fare teatro è un’espressione meravigliosa, tanto semplice quanto vera: recitare in un luogo vuol dire in qualche modo costruirci un teatro, creare qualcosa che prima non c’era.

Foto di Filippo Manzini

Tramontata l’epoca dei grandi teatri e delle grandi opere teatrali, si è sentito il bisogno di allontanarsi dall’accezione tradizionale della recitazione e di avvicinarla alle persone, tanto nello spazio quanto nei contenuti. Sono sorti teatri in zone meno centrali delle città, luoghi di sperimentazione e a volte di contestazione, che si distinguevano anche visivamente – un po’ per volontà, un po’ per contingenza – dalle usuali cornici sceniche. Luoghi più vicini ai giovani, al loro linguaggio e alla loro propensione al disordine. Una mano tesa verso lo spettatore, quindi, che attraversa la quarta parete pirandelliana fino ad abbracciarlo, coinvolgendolo nel gioco delle parti. A Firenze è nato un teatro sul tetto di un supermercato, nella zona delle Piagge: il Teatro delle Spiagge. Novantanove posti e palco a terra, con la gestione della compagnia Teatri d’Imbarco, è una residenza artistica che dal 2009 propone testi di drammaturgia contemporanea che spaziano dalla comicità all’impegno civile. Per l’inauguranda stagione il Teatro delle Spiagge propone il festival Portraits on stage (15-17 dicembre), consolidando il rapporto con l’Accademia delle Belle Arti e coinvolgendo il pubblico in ogni forma d’arte visiva e in ogni spazio della struttura, compresa la galleria del centro commerciale. Non stupisce che la compagnia Teatri d’Imbarco prenda parte al progetto regionale Residenze artistiche e culturali finalizzate alla diffusione della cultura delle arti dello spettacolo dal vivo.

Foto di Davide Barbera

Diffusione che vuol essere capillare, non dimenticare nessuno, raggiungere tutti gli angoli della città. Di pari passo a questa volontà, c’è anche quella di recuperare gli spazi aperti, le scenografie naturali e artificiali che la città offre, partendo dagli artisti di strada e arrivando alle rappresentazioni all’interno di edifici storici. La Compagnia delle Seggiole propone ormai da anni spettacoli itineranti nella Certosa del Galluzzo, nelle segrete del Teatro della Pergola, nella Villa Petraia di Castello, al Bargello…un’occasione unica per (ri)scoprire la nostra città. Tra i pionieri fiorentini non si può non citare Alessandro Riccio, creatore di personaggi che popolano non solo i teatri e i circoli da Scarperia a Reggello, ma anche il Castello di Barberino, villa Le Piazzole, villa Peyron, giusto per citarne tre delle più recenti e per non svelare – cosa non s’inventa quel profilo importante – il teatro segreto dove veste i panni di D’Annunzio. Gli stessi teatri stabili hanno aperto nuove porte, dal foyer di Rifredi, alle già citate segrete della Pergola, al cortile del Puccini, fino al grande ritorno dell’anfiteatro di Fiesole, divenuto ormai punto di riferimento per gli amanti della musica, ospite la scorsa estate anche di una rassegna di letture sull’Odissea e del recital Eleganzissima di Drusilla Foer. E quest’anno anche l’Estate Fiorentina ha navigato più al largo, approdando nelle periferie: proprio i Teatri d’Imbarco e la Compagnia delle Seggiole si sono alternati nelle piazze e nei giardini di Rifredi, Peretola e Novoli, raccontando Michelangelo e Tina Modotti i primi, Odoardo Spadaro e il Grillo canterino la seconda; nelle biblioteche comunali Fulvio Cauteruccio ha portato l’opera e la filosofia di Pirandello e all’Isolotto il Teatro delle Donne ha reso omaggio a don Lorenzo Milani. Insomma, nessuno quest’estate ha dovuto percorrere chilometri per godersi uno spettacolo, per molti è bastato affacciarsi alla finestra di casa.

In una raccolta di scritti di Jacques Copeau intitolata proprio Il luogo del teatro ho letto di un episodio singolare: il drammaturgo francese incontra a Firenze Gordon Craig, pratico e teorico del teatro, e riporta così di una loro colazione insieme: “Mi mostra graziose stampe che rappresentano antiche solennità su una delle grandi piazze di Firenze. E mi dice: «Ecco il teatro, ecco ciò che vorrei fare – che alcune città mi diano piena libertà di organizzare così all’aperto spettacoli belli. Mi sembra così stupido girare la chiave nella serratura per entrare a una certa ora, di notte, in un luogo chiuso, il teatro»”. È il 15 settembre 1915 e già qualcuno sente il bisogno di uscire, più che dalla sala, da un’idea preconcetta di teatro. Peter Brook, che incontrò Craig mezzo secolo più tardi, sviluppa quest’intuizione nella sua opera The Empty Space (Lo spazio vuoto) e soprattutto nella sua carriera di regista.

Tante voci del mondo del teatro si sono nel tempo aggiunte a questo coro e tante maschere hanno iniziato a comparire in ogni sorta di palcoscenico improvvisato. La risposta da parte del pubblico è stata decisamente positiva e forme teatrali di questo genere si stanno sviluppando ed espandendo in tante città, Firenze tra queste. Una riscoperta dell’arte recitativa, un ritorno a un’espressione più naturale, a misura d’uomo che ha tutte le carte per segnare un riavvicinamento di massa al teatro e allo spettacolo dal vivo in generale. Stiamo assistendo a una piccola rivoluzione che, attraverso lo spazio fisico, coinvolge anche lo spirito di chi sceglie ancora, nel mondo digitale, di raccontare una storia con il proprio corpo e la propria voce. Come nel cinema, un’inquadratura diversa permette allo spettatore un diverso approccio. Forse anche il teatro ha bisogno di un taglio e di un linguaggio nuovi, che ci vengano a cercare per ricordarci quanto è potente una narrazione in carne e ossa e quanto può essere sconfinato il luogo del teatro.

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