Il mondo non mi deve nulla

Al Teatro Golden di Roma fino all’11 febbraio 2018

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Foto di Federico Riva

Una finestra aperta, e due esistenze agli antipodi per estrazione e visione del mondo si intrecciano, facendo affiorare il sommerso di esperienze sfuggite di mano.

Lui è un operaio romagnolo licenziato che si ricicla ladro d’appartamento per vivacchiare insieme alla sua Carlina, lei è una tedesca che ha girato il mondo come croupier sulle navi da crociera e vive a Rimini per amore di un ballerino di mambo che l’ha fatta sognare.

Scavalcata la finestra, l’uomo inizia a razziare l’argenteria e una voce fende il buio incoraggiandolo a far piazza pulita. Allibito, Adelmo teme che la sua posizione si aggravi passando dal furto alla rapina, mentre è solo un ladruncolo improvvisato che deve sbarcare il lunario, col sostegno telefonico della moglie che lo chiama per essere ragguagliata.

La donna è suadente, fascinosa, si muove con plastica eleganza, racconta di essersi ritirata a vivere a Rimini per amore di Ferdinando che si è poi dileguato. Adesso è vittima di un altro tradimento da parte di chi l’ha blandita carpendo la sua fiducia e il suo patrimonio: la banca! La cifra scampata ai “derivati” è scarsa per consentirle una vita all’altezza degli antichi splendori, ma allettante per il malcapitato rapinatore a cui chiede di ucciderla con la messinscena di una colluttazione.

Amarezze, disillusioni, crisi economica, desiderio di riscatto accomunano le due vite, da opposti punti di osservazione: lusso e successo sono valori ai quali Lise non può rinunciare, preferendo rinunciare alla vita che le ha già dato tutto e adesso “il mondo non mi deve nulla”. Alla quotidianità del popolano Adelmo, che ha avuto poco ma coltiva la speranza, basta l’amore della sua donna alla quale offrire un modesto bouquet “tu non sei uomo da fiori, profumi e vestiti, rassegnati, tu sei da cioccolatini”.

La spumosa e sofisticata femminilità di Lise avviluppa Adelmo in una spirale di incandescente malia venata di insinuante erotismo, ma non può assecondare questo desiderio fatale, tenta di dissuaderla. La signora è determinata, non vuole adattarsi a un’esistenza di mediocre normalità.

È un dilemma fra sentimenti: quale prevarrà?

Massimo Carlotto inquadra la solitudine esistenziale nella cornice della crisi economica, con una stesura di dialoghi che scavano nel profondo e si ancorano alla realtà di esseri sopravvissuti a una disfatta economica che costringe l’uno a galleggiare e l’altra a naufragare.

Francesco Zecca dirige con ironica levità questa confessione a cuore aperto facendo vibrare corde di amaro disagio.

Un noir emotivo che segna l’incontro di due mondi in cui alle elucubrazioni intellettualistiche si contrappone un solido pragmatismo, attraversando le malinconiche aspirazioni umane.

Pamela Villoresi è sofisticata nel look, accattivante nella recitazione e nella vocalità con inflessione tedesca, sinuosa con le braccia e il corpo che accarezzano l’aria nelle movenze del mambo, tracciando la figura di una donna determinata nella sua eterea tenacia che la sottrae alla paura.

Claudio Casadio è l’antitetico Adelmo, dal sentire schietto e generoso di verace romagnolo, che esprime l’acme nell’assennato e appassionato monologo finale.

La scena liberty del salotto amaranto con divano-alcova e vetrine cariche di argenteria è di Gianluca Amodio, le videoproiezioni di artistici arabeschi proiettati sul velatino che scende a sottolineare gli stacchi sono di Laura Riccioli.

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