Il rosso della follia

Il "rosso-Lavia" tinge il Carignano di Torino

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Un telescopio, un mappamondo: i simboli dell’ultima epoca dell’incertezza scientifica dominano la scenografia de Il padre, il cui gusto ottocentesco si inserisce anacronisticamente nella realtà odierna sfondando il proscenio; all’apertura del sipario, il palcoscenico attraversato dallo sguardo conduce all’alta vetrata sullo sfondo, dove l’implacabile cadere della neve simulata ribadisce la finzione teatrale.

La tensione della scena, tirata dall’immanenza e dal richiamo alla realtà vera e dalla rappresentazione del verosimile, stravolge quel che resta in mezzo, la realtà scenica sconquassata, rivoltata, straziata dalla scenografia pensata da Alessandro Camera echeggiando la regia di Gabriele Lavia: nella sua interpretazione del burrascoso rapporto tra i coniugi Adolph e Laura, al cui centro della contesa è l’educazione della figlia Berta, è la moglie (Federica Di Martino) a occupare con più disinvoltura lo spazio antestante il sipario, mentre lui indugia verso lo sfondo abitato dalla finta neve nel vano tentativo di mantenere saldo il controllo sul destino della figlia. Anche quando si avvicina al limite del palco, il Capitano di Cavalleria Adolph si limita a guardare nel telescopio, oppure a osservare i frammenti di meteorite delle sue ricerche, rivolgendosi a qualcosa che va oltre la realtà – oltre la stessa finzione.

Le tensioni della scena uomo/donna, vita/morte, scienza/fede sono destinate a spezzarsi, come perpetuamente suggerito dal rumore del vento che, stridendo con l’atmosfera chiusa delle mura domestiche, esaspera e preannuncia il conflitto. Finché la scena si spezza, nel delirio della grande prova attoriale di Lavia: irrequieto nella finzione, verrà fagocitato dalla realtà, di cui non vanta la stessa consapevolezza della moglie Laura. La mancanza di consapevolezza farà di lui un martire, di lei una carnefice con il totale controllo del gioco di finzione.

Il personaggio di Lavia è labile, combattuto dal rapporto virile con i suoi sottoposti (Ghennadi Gidari e Luca Pedron), con le figure del medico e del prete (Michele Demaria e Gianni De Lellis), definitivamente sopraffatto dal rapporto subordinato con le donne della sua vita: la moglie, l’anziana tata Giusi Merli, con la quale mantiene un rapporto di amore edipico, la figlia innocente interpretata da Anna Chiara Colombo. Il capolavoro registico di Lavia si staglia di fronte ai drappi rossi della follia, che nell’atto finale invadono il palco sancendo la disfatta di un uomo inutilmente ostinato.

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Il padre

tratto da Johan August Strindberg
regia di Gabriele Lavia
con Gabriele Lavia, Federica Di Martino, Giusi Merli, Gianni De Lellis, Michele Demaria, Anna Chiara Colombo, Ghennadi Gidari, Luca Pedron
scenografie di Alessandro Camera
costumi Andrea Viotti
musiche di Giordano Corapi
luci di Michelangelo Vitullo
prodotto da Fondazione Teatro della Toscana

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