Un dissacrante flusso di coscienza

Nuova, disarmante performance di Babilonia Teatri allo Stabile di Torino

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Dal titolo che Babilonia Teatri ha dato allo spettacolo, Jesus, ci si poteva aspettare più o meno di tutto: soggetto facile per le divagazioni, Gesù è dappertutto, non a caso paragonato a Topolino nel corso della rappresentazione, Gesù è anzitutto un fenomeno mediatico. E spiazza apprendere che, viceversa, il fulcro della rappresentazione è proprio il Gesù anticipato dalla sua fama. Il dissacrante monologo di Valeria Raimondi si apre su note flamenco, anticipando la deriva iconoclasta di un pioggia (letterale) di ritratti del vero protagonista della messinscena, quel Jesus che appare sempre e ovunque, in più posti e più volte del necessario.

Parole dissacranti, senza dubbio, perfino blasfeme, ma in fin dei conti neanche troppo: il lavoro scritto da Raimondi con Enrico Castellani e Vincenzo Todesco intende essere una critica a quella risonanza mediatica di cui l’uomo il profeta il Dio Gesù non può avere la minima consapevolezza: una “mediatizzazione” espressa eloquentemente dall’incalzante colonna sonora che ammicca a consumatori mediatici di svariata indole.

Strauss, Così parlò Zarathustra: il primo dei brani che accompagnano Jesus richiama alla mente il 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, ma non è una citazione fine a se stessa. Nel percorso mediatico in cui il Messia viene incastrato, il riferimento alla morte di Dio teorizzata da Nietzsche è emblematico. Dio è morto, sancì Zarathustra, privando gli esseri umani della comoda delega all’espiazione dei peccati. I toni sono forti e provocatori, il monologo di Raimondi non risparmia riferimenti puntuali al mondo della Chiesa nel paragone con il verbo e gli insegnamenti di Gesù.

Depeche Mode, Personal Jesus: troppo facile pulire la coscienza quotidiana innalzando sull’altare sacrificale un agnello innocente, il proverbiale capro espiatorio che si assume le responsabilità dei mortali solo per riempirne gli stomaci. Il punto di vista di Babilonia Teatro corrisponde alle parole della canzone dei Depeche Mode, prestata da sfondo al sacrificio dell’agnello innocente, mentre i suoi “eredi” ne godono la carne e attraverso di esso pretendono di purificarsi.

Jeff Buckley, Hallelujah: la blasfemia di Jesus in fondo vuole essere solidale a chi è diventato altro da sé, scontrandosi con l’accanimento che ne fa oggetto dei propri peccati, vizi e debolezze, errori e frustrazioni, come l’agnello ucciso per soddisfare la fame. Lo spettacolo si chiude sulle note di Hallelujah di Leonard Cohen, nell’interpretazione di Jeff Buckley, mentre Valeria Raimondi si erge in difesa della spiritualità sottesa dalla religione portando il pubblico in una piccola chiesa di pietra. Al termine del suo dissacrante flusso di coscienza, sorto dall’accostamento del nome di Gesù alle sue plurime comparsate mediatiche, Jesus riesce anche a emozionare.

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Jesus

di Valeria Raimondi, Enrico Castellani e Vincenzo Todesco

con Enrico Castellani e Valeria Raimondi
direzione di scena Luca Scotton
costumi Franca Piccoli

grafiche Franciu
produzione
Babilonia Teatri / La Piccionaia Centro di Produzione Teatrale

coproduzione La Nef / Fabrique des Cultures Actuelles Saint-Dié-Des-Vosges e Mess International Theater Festival Sarajevo

in collaborazione con Emilia Romagna Teatro Fondazione
con il sostegno di Fuori Luogo La Spezia

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