Il piacere dell’onestà

Al Teatro Quirino di Roma fino al 22 aprile 2018

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A distanza di un secolo è ancora attuale il tema dell’onestà di facciata e dell’onestà dei sentimenti, trattato da Luigi Pirandello.

Ispirata alla novella Tirocinio del 1905 e rappresentata per la prima volta nel 1917 al Teatro Carignano di Torino con l’interpretazione di Ruggeri e della Vergani, Antonio Gramsci così scrisse sull’Avanti!: “C’è nelle sue commedie uno sforzo di pensiero astratto che tende a concretarsi sempre in rappresentazione, e quando riesce, dà frutti insoliti nel teatro italiano, d’una plasticità e d’una evidenza fantastica mirabile. Così avviene nei tre atti del Piacere dell’onestà”.

La tematica del drammaturgo si può estendere ai rapporti umani contemporanei nel contesto politico, sociale, professionale, familiare o qualunque altro in cui l’autentica natura delle cose viene camuffata dalla maschera dell’opportunismo e delle convenzioni. Maschera grottesca, che produce ulteriore sofferenza ma può anche approdare alla catarsi di una vita coerente con la nuova immagine di sé, in uno sforzo di avvicinamento fra apparire ed essere.

Geppy Gleijeses, interprete pirandelliano, torna ad essere diretto da Liliana Cavani, delineando un personaggio che acquista spessore nella trasformazione dall’utile idiota iniziale all’uomo integerrimo che non abdica all’onestà di fondo cui si è votato contribuendo a far apparire formalmente onesti anche i suoi conniventi.

Angelo Baldovino, uomo dalla dubbia reputazione, accetta di sposare, per apparenza, la giovane Agata messa incinta da un signorotto infelicemente ammogliato. Da quel momento assolverà seriamente il suo compito e, sposando per davvero l’onestà del ruolo, diventerà un tiranno per tutti. Il marchese Colli, adirato perché Agata non vuole più frequentarlo, presa com’è dalla cura del bambino, fa accusare Baldovino di furto a danno di una sua società dove lo ha impiegato. Ma l’uomo, astutamente consapevole dell’intento fraudolento di liberarsi di lui, lo smaschera di fronte ad Agata e lo mette con le spalle al muro sostenendo che il fango ricadrà sul bambino che porta il suo nome. È disposto, allora, ad essere accusato di furto e allontanato, a patto che sia il marchese a rubare materialmente.

Responsabilità morale effettiva, contro quella pubblica apparente. Il nobile, ricco e fintamente perbenista deve misurarsi con il derelitto disposto, sì a farsi strumentalizzare, ma fortificato dalla propria rinascita “Ecco qua: uno ha preso alla vita quel che non doveva e ora pago io per lui, perché se io non pagassi, qua un’onestà fallirebbe, qua l’onore di una famiglia farebbe bancarotta: signor marchese, è per me una bella soddisfazione: una rivincita!”.

La Cavani ambienta la vicenda in una sobria dimora aristocratica di gusto moderno, in cui le scene mobili delle vetrate di fondo di Leila Fteita e gli spostamenti a vista degli arredi scandiscono le ambientazioni, inglobando l’azione in un atto unico.

Geppy Gleijeses modula tutti i passaggi emotivi e psicologici di Baldovino, dall’imbarazzata ritrosia iniziale alle sussurrate esternazioni a sostegno dell’inflessibilità di marito, fino alla determinata fermezza nel finale, con la quale conquisterà l’ammirazione della donna che ha sposato, dimostrando che, divenuto onesto tramite un inganno, può ridiventare disonesto solo nella finzione.

Vanessa Gravina, disperatamente isterica all’inizio, vira al freddo distacco della donna nobilitata dalla maternità fino alla compartecipe solidarietà “col piacere dell’onestà” del finto marito, che Pirandello definiva “una mostruosa maschera grottesca che alla fine diventa un volto rigato di lagrime”.

Leandro Amato, Maximilian Nisi, Tatiana Winteler, Giancarlo Condè, Brunella De Feudis gli altri interpreti.

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