Paesaggi diversi dell’anima. Barbablù e i Pagliacci

Il dittico è andato in scena all'Opera di Lipsia, Germania

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Foto di Tom Schulze

Per scandagliare gli abissi più remoti e bui dell’animo umano una brughiera desolata vale quanto un castello con le pareti insanguinate. Philipp J. Neumann ambienta Il Castello di Barbablù (“A kékszakállú herceg vára“), la prima parte del nuovo e originale dittico dell’Opera di Lipsia, in una landa islandese. La trasposizione funziona bene. La favola raccontata da Béla Bartók e dal librettista Béla Balázs, un’allegoria carica di simbolismi, è uno scavo interiore che travalica tempo e luogo. “Dove si trova la scena: fuori o dentro?” chiede l’attore ungherese Máté Gál nel prologo, recitato sul proscenio a sipario chiuso. Interessante notare en passant come entrambi i lavori di questo dittico inizino con un prologo che spiega la morale della storia e invita il pubblico a non fermarsi alle apparenze. Anche Tonio nei Pagliacci rimarca infatti “E voi, piuttosto che le nostre povere gabbane d’istrioni, le nostr’anime considerate”.

Mentre Máté Gál recita il prologo, una lavatrice troneggia fuori scena. Judith, la protagonista della favola, arriva e ne estrae un vestito azzurro che subito indossa. Si apre il sipario della gran bomboniera dell’Opera di Lipsia e appare un paesaggio di colline iperboree. Verde scuro e buio. Judith ha abbandonato tutti gli affetti per unirsi al duca Barbablù. I due si incontrano e si cercano in quella landa deserta. All’inizio un po’ discosti, poi si avvicinano e iniziano a costruire una relazione. I possibili rapporti fra uomo e donna sono uno dei centri drammatici dell’’opera, in una versione pessimistica che non ammette felicità. Judith comincia a fare domande, cerca di scavare nei segreti del mondo interiore di Barbablù. Lo incalza e vuole sapere. Lui le risponde di non indagare. Le chiede solo di essere amato senza domande. Ma lei insiste nella sua ricerca e domanda che le porte del castello siano aperte per far luce in quell’ambiente (interiore) di tenebra. Nelle scene preparate dallo stesso Neumann le sette porte del castello sono sostituite da sette grandi ventilatori che scendono uno ad uno dal soffitto. Se le porte danno luce alla tenebra del maniero, i ventilatori rinfrescano l’aria stagnante della landa. Intanto dei bambini passano in scena e la stessa Judith rimane incinta.

Foto di Tom Schulze

Karin Lovelius, al debutto nel difficile ruolo di Judith, riempie la parte di emozioni e di dolente fragilità. Tuomas Pursio, basso-baritono finlandese, restituisce gli accenti tormentati di Barbablù e impressiona la platea per la bellezza dei colori vocali e l’autorevolezza del gesto. L’orchestra ha un ruolo assolutamente centrale nel progredire dello psicodramma Bartokiano, sin dal cupo preludio, e la musica accompagna l’apertura delle sette porte (anzi, la discesa dei ventilatori), ognuna con colori e accenti diversi. Acuto e stridente il motivo che caratterizza la prima porta, la camera della tortura, mentre la celesta si ode insistente alla terza porta, che nasconde il tesoro di Barbablù. L’apertura della quinta porta, che svela l’ampio regno di Barbablù, è il culmine emotivo e musicale della pièce. E da lì inizia la discesa verso la fine. Il dramma scivola implacabile come un piano inclinato verso la sua conclusione. Fino all’epifania finale, quando dietro l’ultima porta appaiono le prime tre mogli di Barbablù, eleganti (costumi di Karoline Schreiber) e circondate dai rispettivi figli, i bambini che prima passavano sulla scena. Ognuna accanto a una lavatrice, lava, indossa e rilava continuamente il suo vestito. Per togliere le macchie di sangue che, come ferite interiori, riappaiono ogni volta? Judith diventa la quarta e ultima moglie, la moglie della notte, e scompare. Barbablù rimane solo in scena.

Foto di Tom Schulze

Uno spettacolo coeso che trasmette l’atmosfera angosciosa di questo viaggio dentro lo spirito, mentre la Gewandhausorchester ai comandi di Christoph Gedschold ricrea con plasticità ed efficacia drammatica il tessuto musicale intrecciato da Bartók. Dopo la pausa ci si tuffa nell’Italia in bianco e nero degli anni ’50 per i Pagliacci del regista cipriota Anthony Pilavachi, già andati in scena nel 2015 e adesso rielaborati e affiancati a Barbablù. Chiaro lo stacco tra lo psicodramma di Bartók e il capolavoro di Leoncavallo e molto più basilari le passioni che muovono i protagonisti dei Pagliacci. Sembra di entrare in un film neorealista. Donne con le gonne sotto il ginocchio, uomini in camicia bianca e gilet, bambini con berretto e pantaloni corti. In questo spaccato d’Italia d’antan arriva la troupe di Canio e si scatenano i trasporti esagerati del verismo. Le scene accattivanti e i costumi briosi di Tatjana Ivschina attenuano tuttavia il registro più truce del dramma e rendono lo spettacolo più leggero. Uno spettacolo piacevole e a tratti anche comico, per esempio nella scena della pantomima, grazie anche alla recitazione brillante e alla buona dizione dei protagonisti.

Civettuola la Nedda di Eun Yee You, che sfoggia una bella voce di soprano, eccellente nei passaggi più scuri della parte. Fresca e applaudita l’interpretazione della ballatella “Stridono lassù”. Zoran Todorovich presta voce e gesto a Canio, dilaniato dalla gelosia fino al dramma finale. Il tenore serbo dispone di uno strumento potente e si fa particolarmente appezzare in “Vesti la giubba”, che strappa i battimani della platea. Alla fine si uccide anche lui e la “Commedia è finita” è decretato da Tonio, ben portato in scena da Luca Grassi. Un Tonio, malevolente e piacevolmente istrionico fin dal prologo, che regala una prestazione vocale superba. Si apprezzano anche il Beppe di Dan Karlström e il Silvio di Alik Abdukayumov che appare in scena elegante in sella a una Vespa (citazione di Vacanze Romane?). Efficace il coro della Oper Leipzig nel ricreare gli accenti dei villani.

Foto di Tom Schulze

Un dittico davvero interessante che associa due pièce che stanno al centro del repertorio, distanti fra loro per tempo e stile, ma con qualche file rouge che le unisce. Lunghi minuti di applausi per tutti i protagonisti della serata.

Herzog Blaubarts Burg (A kékszakállú herceg vára): Opera in un atto di Béla Bartók. Libretto di Béla Balázs. In ungherese con sopratitoli in tedesco.

Pagliacci: Drama in due atti e un prologo. Musica e libretto di Ruggero Leoncavallo. In italiano con sopratitoli in tedesco.

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Direttore Christoph Gedschold

Regia Philipp J. Neumann (Herzog Blaubarts Burg)

Scene Philipp J. Neumann (Herzog Blaubarts Burg)

Costumi Karoline Schreiber (Herzog Blaubarts Burg)

Regia Anthony Pilavachi (Pagliacci)

Scene e costumi Tatjana Ivschina (Pagliacci)

Direttore del coro Thomas Eitler-de Lint

Direttore del coro delle voci bianche Sophie Bauer

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CAST

JUDITH Karin Lovelius

BARBABLÙ Tuomas Pursio

VOCE RECITANTE (prologo) Máté Gál

NEDDA Eun Yee You

SILVIO Alik Abdukayumov

CANIO Zoran Todorovich

TONIO Luca Grassi

BEPPE Dan Karlström

UN CONTADINO Andreas David

UN ALTRO CONTADINO Máté Gál

Coro della Oper Leipzig

Coro di voci bianche della Oper Leipzig

Orchestra Gewandhausorchester

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