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Andato in scena il 29 marzo 2018 al Teatro Verdi di Salerno

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scritto e diretto da Mattia Torre

con Paolo Calabresi e Valerio Aprea

disegno luci Luca Barbati

assistente alla regia Annagaia Marchioro

costumi Antonella D’Orsi

scene Beatrice Scarpato

suono Cristiano Paliotto

testo originale commissionato da BAM Teatro

produzione Nuovo Teatro diretta da Marco Balsamo

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Nel buio all’improvviso uno schianto. Un rumore fragoroso è sempre fonte di inquietudine, ma l’oscurità aumenta tale percezione. Un brivido di curiosità mista ad ammiccante morbosità e paludata eccitazione adrenalinica serpeggia nelle file della platea arrivando fin nell’ultimo palco dell’ultima fila. Un inizio interessante che crea aspettativa.

Si apre il sipario e lentamente si fa strada (mai vocabolo fu più appropriato) un chiarore che mostra una strada periferica persa nel nulla che circonda il grande raccordo anulare di Roma. Un incrocio con un cartello stradale, due motorini che nell’impatto sono diventati scultura-totem e due uomini a terra. Due corpi stesi e tutt’intorno residui di abbigliamento e accessori, caschi, borsoni. Un telefonino squilla. Un corpo si muove, si tasta, si cerca e provando ad alzarsi ritrova tutta la frenesia della sua vita nella risposta: «No tutto a posto cinque minuti e sto lì» Ormai il telefonino ci raggiunge ovunque ma ovunque può essere sempre in un posto diverso da quello in cui realmente ci troviamo. Aurelio non ha capito cosa è successo? In quale situazione si trova? La sua confusione è relativa all’incidente o abitudine a raccontare frottole? Il suo primo intento è far funzionare la sua vita senza alcuna sospensione, e mai vorrebbe accettare che per colpa di un incidente la sua trasmissione radiofonica possa essere affidata ad un sostituto. Tutto pur di esserci, sempre, comunque. Tutto pur di continuare nella finzione che aderisce perfettamente alla realtà che ciascuno si crea.

Con il tono di voce isterico, nevrotico, affannato, preoccupato ed imperioso occupa pienamente la scena un Paolo Calabresi in perfetta forma e colora le spigolose caratteristiche del suo personaggio, che non appare assolutamente interessato al suo compagno di sventura ma chiama aiuto per sé. Scopriremo presto che il suo ruolo di grande Chef lo costringe ad una diretta radiofonica di consigli di cucina in cui finge di preparare manicaretti con momenti pubblicitari e lettere del pubblico e tutto ciò che fa spettacolo.

L’altro corpo, dato quasi per morto, rinviene a sua volta e lamentandosi e contorcendosi in posizioni grottesche si trascina alla ricerca del suo telefonino. In contrapposizione netta al suo interlocutore darà corpo ad una diatriba verbale che diventa quasi lotta di classe tra “gli uni e gli altri”. Non più il popolo contro i padroni, ma lo sfregio spezzante di uno “arrivato” contro uno che forse non è proprio “partito”.

L’irruenza verbale dello Chef è aggressione pura, è dileggio, è sfoggio di razzismo culturale, dove la cultura non ha assolutamente la “C” maiuscola.

Indifeso sembra il suo compagno di scontro, ma in un sorprendente ribaltamento di ruoli trova la sua vendetta rivendicando la subdola acquiescenza di una remissività popolare che non è mai completa accettazione delle regole, ma solo formale ed apparente subalternità . Nell’eterno girotondo si casca sempre tutti giù per terra!

Guardarsi sempre alle spalle! Non pensare che gli altri siano più stupidi soltanto perché lo sembrano. Come si dice? Scarpe grosse e cervello fino! I detti popolari affondano le proprie radici nella saggezza antica e sempre più evidente appare il grossolano errore che induce alla banalizzazione dei ruoli. Chi l’ha detto che in città si ragioni meglio?

Il ritmo frenetico della vita di un uomo di successo si scontra in un incidente stradale con la malcelata insoddisfazione di un uomo privato anche delle sue abitudini alimentari, disoccupato e in affanno costante alla rincorsa di una vita che gli sfugge.

Graffiante, cinico, attualissimo, con tratti di spietata comicità, il testo di Mattia Torre, permette ad Aurelio (un irrefrenabile e compulsivo Paolo Calabresi) e a Claudio (un pervicace ed espressivo Valerio Aprea) di combattere un duello verbale con armi pungenti ed affilate. Nevrotico l’uno apparentemente distonico l’altro, come in un combattimento di galli si può scommettere su entrambi ma la vittoria è incerta.

La realtà contemporanea ci immerge in uno stagno putrido di malcelate affannate vite disperate, in continua lotta di sopraffazione con i mutamenti di valori perduti sostituiti da modelli virtuali e sfuggenti. I poveri che si stracciano le vesti masticando parole inglesi e sostenendo teorie economiche di cui non conoscono neanche i contorni, sono una ben misera rappresentazione della lotta fratricida che il potere mette in scena in quel gran teatro che è il mondo.

Aspettando i soccorsi che non arriveranno almeno in scena, i due protagonisti consumano la festa nazionale del 2 giugno che le frecce tricolori riempiranno nei cieli di contenuto arcaico e mai realizzato, in una Italia che non arriva al suo completo convincimento patriottico, la cucina diventa lo scontro finale e la motivazione primordiale dell’incidente stradale.

Spettacolo moderno, surreale ma al contempo fin troppo satirico, condisce di cinismo quel sapore di romanità che parla un linguaggio universale.

La regia è dinamica, in una alternanza di parole a raffica che non lamentano l’assenza di movimento, conduce al finale a sorpresa che lascia un retrogusto un po’ amaro e che invita alla riflessione.

Applausi convinti.

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