La guerra di chi rimane a casa

Fabrizio Sinisi rappresenta lo spazio interiore di una delle più complicate figure tragiche

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La Guerra di Troia è conclusa, i prodi eroi greci tornano in patria per ricevere le acclamazioni del popolo. L’Agamennone di Eschilo dipinge una circostanza ben diversa, raffigurando un sovrano al ritorno nella sua Argo, dopo dieci anni di assenza, che scopre l’amara realtà dell’insoddisfazione popolare, del disordine, dell’anarchia.

Considerate le premesse letterarie che contraddistinguono l’opera dell’Eschilo più tardo, il condottiero greco all’assalto di Troia è già nelle intenzioni originale un antieroe a cui una fine catartica viene negata: Agamennone (Paolo Graziosi) non può espiare neanche con la morte la responsabilità dell’uccisione della figlia Ifigenia, né l’aver lasciato che la sua Argo decadesse in miseria sotto gli occhi impotenti della moglie, la regina Clitennestra (Mascia Musy).

Non stupisce, quindi, che a tratti la recitazione appaia svogliata, quasi sciatta: dalla rilettura della tragedia classica per opera di Fabrizio Sinisi – evidenziando l’aspetto della critica sociale che traspare da Eschilo – si impone la precisa volontà registica (Alessandro Machìa) di appesantire la rappresentazione attualizzandone le circostanze. Al letterale rispetto del testo originale, sciorinato dagli interpreti quasi con pedanteria, si oppone un’atmosfera fumosa, indefinita e vaga: così la scenografia disegnata da Elisabetta Salvatori, perennemente invasa da fumi di scena, mostra una Argo che non è più il teatro della rivolta, quanto piuttosto lo spazio dell’insoddisfazione popolare che si ripercuote sul sovrano al ritorno dalla guerra.

La musica di Francesco Verdinelli rafforza l’impressione, mettendo gli accenti sugli stati d’animo: la scena è intrisa di furore, il popolo che reclama la testa del sovrano è rappresentato come un’entità unica, tenuta assieme dall’isteria collettiva e “interpretato” dalla portavoce Elisabetta Arosio. Già in Eschilo, in ogni caso, il disincanto sociale doveva essere elemento portante della tragedia, se il capro espiatorio è indicativamente la sacerdotessa troiana Cassandra (Valerio Perdonò), la cui capacità di guardare nel futuro contende al meccanismo tragico la sua funzione di monito e incanalatore delle norme civili.

L’Agamennone di Sinisi è la rappresentazione dello spazio interiore di un Re ferito dai sensi di colpa, un condottiero che non ha vergogna ad ammettere che «la guerra è facile» rispetto alla vita di un sovrano, in guerra il volto del nemico è noto e definito mentre i disordini cittadini sono infidi e complicati, come può esserlo il conflitto con qualcuno che si ama: il popolo, appunto, o la regina, il cui disappunto nei confronti del proprio Re o marito è dovuto all’essere rimasti a combattere la guerra di chiè rimasto a casa.

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Agamennone
di Fabrizio Sinisi
regia Alessandro Machìa
con Paolo Graziosi, Mascia Musy, Elisabetta Arosio, Valeria Perdonò
scene Elisabetta Salvatori
costumi Sara Bianchi
luci Giuseppe Filipponio
musiche Francesco Verdinelli
produzione FATTORE K, in collaborazione con AC ZERKALO

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