Intervista a Digital Human

Sebastiano Modolo, in arte Digital Human, è un giovane musicista vicentino che collabora con una realtà teatrale locale

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DIGITAL HUMANCiao Sebastiano, ci racconti brevemente di cosa ti occupi?

Lavoro e nel tempo libero mi dedico alla musica. Per ora purtroppo è solo una passione, in futuro spero diventi una professione. Oltre ai vari esperimenti che faccio in casa, dove ho montato un piccolo studio di registrazione, da diversi anni collaboro con la compagnia teatrale “Rosa dei Venti” scrivendo le musiche di scena.

Come nasce la collaborazione con la Rosa dei Venti?

Un giorno Edoardo [n.d.r. Edoardo Billato, il regista della compagnia] mi ha chiamato chiedendomi di fare il tecnico luci per uno spettacolo. Poi da cosa nasce cosa, ho continuato a collaborare con lui e la compagnia e siccome suono e faccio musica da tempo gli ho proposto questo progetto chiedendogli di portare la mia musica in scena. Un’idea che ha accolto calorosamente.

Da dove parti quando devi scrivere le musiche per uno spettacolo? C’è molto lavoro dietro?

Solitamente parto dal copione o dalle didascalie che mi fa avere il regista, con lui lavoro a stretto contatto per tutto il periodo di produzione. Insieme decidiamo dove collocare le musiche e che atmosfera cerchiamo di ricreare. Per ogni spettacolo scrivo come minimo 7/10 pezzi quindi c’è decisamente molto lavoro dietro anche perché c’è un controllo ciclico sui risultati ed un confronto continuo con la compagnia.

Che ne è dei pezzi una volta finito il tuo lavoro di compositore?

I pezzi chiaramente vanno in scena negli spettacoli, poi da ogni spettacolo estraggo degli album che pubblico sulla mia pagina SoundCloud sotto il nome di DIGITAL HUMAN. Lì ho buoni riscontri, fra poco comincerò anche collaborazioni con artisti internazionali, tenetevi aggiornati.

Quanto è importante la musica negli spettacoli della Rosa dei Venti?

Edoardo essendo il regista ha la prima e l’ultima parola su questo aspetto. Lui ha uno stile registico molto influenzato dal cinema e come nel cinema la musica deve sostenere e non dare fastidio, anche se ci sono momenti in cui la musica prende il sopravvento.

DIGITAL HUMANQuindi non accompagna solo ma è anche un elemento che narra?

È un dialogo, in alcuni momenti può restare in sordina in altri prendere il sopravvento sulla scena. Nel nostro spettacolo tratto dall’Odissea per esempio ricreiamo la tempesta grazie al movimento di teli, luci e musica. In questo caso la musica ha preso il sopravvento. In generale la musica dialoga moltissimo con il testo senza che una parte abbia necessariamente più importanza dell’altra. Ovviamente serve trovare un equilibrio, è a questo che serve tutto il lavoro precedente con Edoardo e con la compagnia.

Come ti avvicini alla musica e poi alla composizione?

Già da piccolo battevo il ritmo sulle pentole, mio padre l’ha notato e mi ha incentivato a continuare. Sono sempre stato autodidatta, o quasi. Per un breve periodo ho preso lezioni di batteria con un maestro che mi ha incoraggiato a continuare ed a ampliare le mie prospettive. Nasco quindi come percussionista, da qualche anno mi sono avvicinato alla musica elettronica techno, ambient, new age. Questo cambio di genere mi ha portato a sperimentare sulla tastiera e pian piano ho cominciato a buttare scrivere qualche pezzo.

Che strumenti usi nei tuoi lavori?

Un mix tra percussioni e sintetizzatori. Non è sempre facile perché l’elettronica offre moltissime possibilità e a volte può lasciare disorientati, però sono abbastanza soddisfatto dei risultati. Per esempio nello spettacolo su Tiberio, il secondo imperatore di Roma, sono riuscito a creare delle musiche che grazie all’utilizzo combinato di percussioni e sintetizzatori sono a metà tra l’antico ed il moderno.

Qualche nome di artista che ti è di ispirazione?

A livello musicale mi ispiro molto a Vangelis, un compositore greco che ha curato moltissime musiche da film. Mi piace molto come utilizza le tastiere, sembra che dentro ci sia un’orchestra intera, poi ha questa dimensione epica molto forte. Ti fa andare in un’altra dimensione quando lo ascolti. Mi piacciono molto anche i Pink Floyd degli anni ’70, molta improvvisazione, chitarre distorte e percussioni agitate, il top.

 

 

 

 

 

 

 

 

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