Most beautiful island

Il thriller psicologico diretto e interpretato dall'attrice spagnola Ana Asensio

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MOST BEAUTIFUL ISLANDGenere: Thriller psicologico

Regia: Ana Asensio

Cast: Ana Asensio (Luciana), Natasha Romanova (Olga), Caprice Benedetti (Vanessa), Larry Fessenden (Rudy), David Little (Doctor Horowitz), Nicholas Tucci (Niko), Jennifer Vexler, Chadd Harbold, Noah Greenberg

Origine: Usa

Anno: 2017

Durata: 87 minuti

In sala dal 16 agosto 2018

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MOST BEAUTIFUL ISLANDIl film: è approdato sugli schermi italiani in un periodo quanto mai infelice (i giorni successivi a Ferragosto in cui l’esiguo pubblico è soprattutto alla ricerca di film distensivi) l’ambizioso e pluripremiato esordio dietro la macchina da presa dell’attrice spagnola Ana Asensio. Nata nel 1978 a Madrid (da qualche anno vive a New York e certamente ha trasferito nel film esperienze e osservazioni personali), l’Asensio – ha iniziato a recitare giovanissima in commedie per bambini e raggiunto la notorietà con la serie televisiva ‘Nada es para siempre’ e con film come ‘The Afterlight’ e ‘Zenith’ – ha costruito la sua opera su una solida cultura filmica avendo assimilato numerosi elementi di stile e filosofia cinematografica di Maestri come i Fratelli Dardenne, Roman Polanski e soprattutto John Cassavetes, sue fonti d’ispirazione (come ha dichiarato in un’interessante intervista) per questo fortunato debutto. Esordio fortunato non solo per aver collezionato importanti riconoscimenti (Gran Premio della Giuria al South by Southwest Film Festival 2017, Miglior Film al Sidewalk Film Festival 2017, Menzione Speciale Miglior Opera Prima al London BFI 2017) e per i commenti generalmente positivi della critica, ma soprattutto per aver suscitato reazioni contrastanti: alcuni l’hanno amato, altri l’hanno respinto con fastidio rimanendo però il film sempre lontano dalla palude dell’indifferenza. Most beautiful Island ritrae due facce di New York: quella sfavillante, accattivante e seducente, simbolo della modernità e del ‘sogno americano’ e quella nascosta, sordida e ripugnante del vizio, della sopraffazione e del sopruso. Due New York solo apparentemente antipodarie perché è nella prima che si annidano le radici della seconda come mostra la regista raccontando una giornata di Luciana, giovane immigrata spagnola senza documenti in regola approdata nella Grande Mela per realizzare un personale ‘sogno americano’ (New York non è forse la città in cui si può raggiungere ogni traguardo?) e per fuggire il peso di un ‘incidente’ mortale di cui si sente responsabile anche se legalmente giudicata innocente. L’Asensio (che interpreta il ruolo di Luciana oltre a essere regista, sceneggiatrice e coproduttrice essendo il film una coproduzione indipendente) descrive paure, speranze e problemi esistenziali della protagonista soprattutto attraverso il suo sguardo perennemente inquieto. Il film che si svolge nell’arco di una giornata (quasi rispettando i canoni classici della tragedia greca) inizia con alcune splendide riprese che mostrano una città poco accogliente, ricca di contrasti e in cui il singolo è un ‘puntino’ in una massa indifferente e frettolosa. O meglio è un ‘puntino’ che esiste solo se ha una carta di credito caricata: splendida per sintesi ed efficacia la scena in cui a Luciana viene negata ogni assistenza medica, anche il solo incontro con un dottore, non potendo pagare in anticipo la visita. Precondizione incomprensibile per un europeo in cui bene o male l’assistenza medica è garantita (e non è un’invenzione della sceneggiatura se si ricorda la dura lotta sostenuta da Obama per introdurre un sistema di assistenza sanitaria gratuita, sistema che l’attuale presidente vorrebbe smantellare). Lo spettatore segue Luciana nel suo peregrinare tra lavoretti disperanti quali il volantinaggio travestita da pollo o la babysitter di due ricchi e viziati bambini che mostrano di applicare già la violenza e il sopruso sui poveri visti non come essere umani meno fortunati, ma come strumento dei propri capricci (in questa parte del film si sente l’influsso del realismo dei Fratelli Dardenne). Concezione che sarà il filo conduttore della seconda parte del film. La liaison tra le due parti è l’incontro di Luciana con l’amica Olga – anche lei immigrata sempre alla ricerca di far quadrare in qualche modo il proprio bilancio – che le offre la possibilità di guadagnare 2.000 dollari quale compenso alla partecipazione a un party esclusivo in cui nessuno la toccherà. È un’offerta troppo bella (anche a New York, soprattutto a New York) per essere vera o per non nascondere un inganno. L’Asensio è brava a far percepire un senso di crescente inquietudine nel seguire Luciana che pur con qualche logica titubanza (ma fino a che punto l’essere umano è disposto a giungere per sopravvivere e qual è il limite di ciascuno?) inizia la sua discesa agli Inferi attraverso lo squallore di un quartiere cinese (bello il contrasto con l’eleganza raffinata della protagonista). E il passaggio tra il mondo visibile e quello sotterraneo, tra quello del bene (spesso solo apparente) e quello del vizio e del male è una botola che introduce in un ambiente cupo e claustrofobico in cui Luciana trova altre ragazze in attesa di essere chiamate a varcare la soglia della stanza misteriosa in cui si presume si svolga il party. Sono sequenze lunghe e lente che da un lato permettono di mettere a fuoco le tensioni e le reazioni delle singole ragazze con poche parole e un sapiente gioco di sguardi e di espressioni e dall’altro fanno crescere lentamente un’attesa morbosa creando un’atmosfera che in qualche momento ricorda Luis Buñuel. Finalmente la porta si apre e la nostra protagonista varca la soglia fatale. Bello il finale con un soffio di speranza che sembra aleggiare su New York (e sul mondo) nonostante tutto. Most beautiful Island non è certamente un film strepitoso ma è comunque un’opera interessante e da vedere per la capacità dell’Asensio di costruire un thriller di taglio psicologico, per la sua interpretazione dl Luciana (personaggio a dire il vero un po’ cucito su di lei) e per la bravura di giocare con le due facce di New York senza dimenticare le problematiche sociali e quelle dei confini dell’etica nelle scelte di ciascuno. Infine una curiosità tecnica: in epoca di digitale e tecnologia imperanti il film è girato in super8 e con cinepresa a spalla riportandoci alla bellezza degli anni sessanta.

 

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