Aspettando Kurtág

Inaugurata la 27° stagione del Festival di Milano Musica, dedicata a Beckett e Kurtág

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Kurtág
Foto di Margherita Busacca

Domenica 21 ottobre, Teatro alla Scala

G. Kurtág, G. Kurtág Jr. | Zwiegespräch, dialogo per sintetizzatore e orchestra

P. Dusapin | Watt, per trombone e orchestra

I. Stravinskij | Petruška (vers. 1947)

direttore | Gergely Madaras

sintetizzatore | G. Kurtág Jr.

trombone| Mike Svoboda

Filarmonica della Scala

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Il Festival Milano Musica riprende il suo annuale peregrinaggio nei meandri della musica contemporanea, scegliendo per questa ventisettesima edizione, György Kurtág come sua guida.

Dopo la precedente edizione dedicata a Salvatore Sciarrino, a cui si abbinava la dicitura “L’eco delle voci”, quest’anno risulta chiara una maggiore propensione al rapporto fra musica e scena con la presenza della frase “Ascoltando Beckett”.

Un percorso che uscendo dai canonici spazi musicali del Festival milanese, porterà la programmazione in teatri di prosa, come il Teatro Piccolo, per poi giungere a naturale conclusione con le recite previste in Scala dell’opera di Kurtág, Fin de partie, dal conosciuto dramma beckettiano.

In Scala ha avuto luogo anche il concerto d’inaugurazione, in diretta Rai e dedicato alla memoria di Luciano Pestalozza e Claudio Abbado, con un programma fortemente incentrato sul tema della rassegna e sui due protagonisti di questa edizione: il primo brano vedeva la presenza di ben due Kurtág, anche il figlio è compositore, il secondo, invece, prende nome ed ispirazione dall’omonimo romanzo di Beckett.

Zwiegespräch è un dialogo fra sintetizzatori e orchestra ma è anche fra due diversi modi di intendere e pensare musica, quello di Kurtág padre e quello del figlio.

Pagine dal sofferto passato che hanno visto negli ultimi vent’anni numerose e continue revisioni, non ultima la trascrizione orchestrale di Olivier Cuendet.

Il solismo del sintetizzatore, nonostante ottime soluzioni elettroniche, rivela la culla ambientale della propria genesi, anni novanta, e si riallaccia all’attuale sentire con un sapiente uso delle amplificazioni.

Più presenza e protagonismo, invece, nel secondo brano, a partire dal solista e dalla sua ottima performance, il trombonista Mike Svoboda, e da parte della Filarmonica della Scala e del direttore di serata, Gergely Madaras.

In Watt di Pascal Dusapin, il solista è l’attore del romanzo beckettiano ma il continuo volgere e stravolgere di azioni che creano e manipolano il protagonista, è in mano all’orchestra che ordisce la trama.

Il solista concede anche un bis, d’impatto e molto apprezzato. Un’improvvisazione che è sembrato più uno spot alle enormi potenzialità dello strumento, spesso relegato agli ultimi leggii dell’orchestra e non ai ruoli solistici.

Tanto, invece è stato detto, sulla musica di Stravinskij, personaggio silenzioso e solerte di ogni festival di contemporanea nostrano.

La scelta di proporre Petruška da parte del giovane direttore magiaro è sicuramente stata coraggiosa. Il brano è uno dei cavalli di battaglia del direttore musicale della Filarmonica, Riccardo Chailly, che spesso negli ultimi anni l’ha portato ai pubblici italiani ed europei.

Premessa necessaria perché probabilmente non c’è stato quel tempo fisiologico per trasmettere le proprie intenzioni ad un brano di per sé molto complesso e che necessita di una sinergia totale con la compagine orchestrale.

La rigida coerenza fra i tempi e alcune sviste, prontamente riassorbite dai professori orchestrali, sono quindi, a mio avviso, riconducibili a questa difficoltà.

Applausi sinceri da parte del pubblico numeroso, in ogni settore del teatro.

Il Festival continuerà nel suo articolato percorso nelle prossime settimane, alternando appuntamenti cameristici ad altri appuntamenti orchestrali, fino a fine novembre.

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