L’impresario delle Smirne

Al Teatro Vittoria di Roma fino al 7 ottobre 2018

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L’impresario delle SmirneVicende e dinamiche della gente di teatro rappresentate sul palcoscenico in forma di commedia, amara e grottesca. Scritta da Goldoni nel 1759, è uno spaccato impietoso e ironico del mondo degli artisti, vanagloriosi del proprio talento e maldicenti delle virtù altrui per riuscire ad agguantare una scrittura, aggirando i trabocchetti di agenti senza scrupoli.

Alcuni artisti poveri in canna e scarsi di talento vengono blanditi, separatamente, dal conte Lasca in una locanda di Venezia per entrare nel cast di una mega produzione che il ricco mercante turco Alì vuole allestire alle Smirne, come all’epoca veniva definita la Turchia.

Ritenendo di essere l’unico prescelto a cagione del proprio talento, ognuno ne mena vanto, scoprendo tristemente che tutti sono stati reclutati dal subdolo conte.

Si inscena, così, una grottesca competizione fra le “virtuose” che esibiscono le “virtù” in una gara senza esclusione di colpi per guadagnare il ruolo di primadonna e fra gli uomini che si prodigano in balli, canti e monologhi di esilarante grammelot.

Battute salaci, commenti malevoli, megalomanie enfatiche alimentano conflitti e maldicenze che avvelenano i rapporti reciproci facendo emergere la bramosia di denaro che attanaglia attori e mediatori, allettati dai facili guadagni elargiti dall’impresario venuto dall’Oriente.

Tanta litigiosità mette in fuga il mercante che lascia, tuttavia, un risarcimento di 2.000 ducati che il conte propone di investire in un progetto condiviso, avviando un’impresa che potrebbe produrre molti guadagni, altrimenti, ognuno andrà per la propria strada: ”sotto di un uomo che paga, tutti sono superbi, arditi, pretendenti. Quando l’impresa è dei musici, tutti sono rassegnati, e faticano volentieri” gli fa dire Goldoni. Non rimane che fare buon viso e assumere il rischio.

Spaccato di un contesto ad alto tasso di rivalità che si alimenta di pettegolezzi e avidità, nel discredito costante dei compagni di sventura. Gli attori e il teatro diventano riflessi dei vizi della società in un testo corale in cui ogni personaggio è alter ego degli altri, maschere di uno stesso volto che percorre l’Italia con vari dialetti: siciliano, bolognese, veneziano, fiorentino.

La comicità affiora tra le pieghe della malinconia di fondo e dell’instabilità esistenziale di artisti che si misurano con la miseria e la mediocrità.

L’accentuazione di manie e tic dei personaggi rivela un’esuberanza interpretativa che richiede di affinarsi ulteriormente nelle parti cantate, a tratti un po’ flebili.

La regia di Stefano Messina vira su un tono scanzonato, attualizzando il contesto con battute allusive alla contemporaneità. Il cast è costituito da otto giovani e brillanti attori con i quali la Compagnia Attori&Tecnici ha voluto aprire la stagione del Teatro Vittoria: Nicolas Zappa, Matteo Montaperto, Stefano Dilauro, Chiara David, Andrea Carpiceci, Chiara Bonome, Mattia Marcucci, Virginia Della Casa.

La scenografia, essenziale, diventa evocativa nella dimora del mercante turco che volteggia in altalena e invita le giovani attrici ad accomodarsi sui colorati cuscini districandosi tra ammiccanti giochi di parole.

Scrive l’autore nella prefazione: “Io ho conosciuto in Italia molti e molti Impresari di Opera in musica; ho molto scritto per loro in serio ed in buffo, e posso parlarne con fondamento ..…….Tutte queste differenti qualità d’Impresari convengono in una cosa sola: grandi e piccioli, ricchi e poveri, generosi o venali, tutti accordano, e provano, e si lamentano, che un’impresa d’Opera in musica è il più grande, il più fastidioso e il più pericoloso degl’imbarazzi”.

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