L’esilio sovietico

Inaugurata la stagione 2018-19 della Filarmonica della Scala

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Lunedì 12 Novembre, Teatro alla Scala

D. Šostakovič | Concerto per violino e orchestra n.1, op.77

B. Bartòk | Concerto per orchestra

direttore | Riccardo Chailly

violinista | Maxim Vengerov

Orchestra Filarmonica della Scala

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chailly
Foto di Giovanni Hänninen

Inizio anno a dicembre?

Non si preoccupino i sostenitori del capodanno a gennaio, non è una nuova stravagante proposta.

Esattamente come l’anno solare è una convenzione a cui è stato dato un momento d’inizio, così l’anno musicale, soprattutto milanese, ha un punto zero particolare: 7 dicembre, S.Ambrogio a cui tradizionalmente corrisponde la prima della stagione operistica alla Scala.

Milano e formalmente tutto il suo pubblico si avvicinano a questa data in cui la musica torna, brevemente sotto i riflettori, pur se declinata fra gossip, moda e social, con altre importanti inaugurazioni, fra cui spicca il trentasettesimo anno della Filarmonica della Scala.

Il direttore principale, Riccardo Chailly prosegue il suo personale percorso artistico con la Filarmonica aggiungendo nuove pagine dall’animo sovietico e continuando la collaudata formula del concerto con solista e del brano orchestrale a seguire.

Il primo concerto per violino e orchestra di Šostakovič fa parte di quei brani non ancora entrati nella cerchia del repertorio usualmente in cartellone, per lo meno in Italia. Vuoi la difficoltà, vuoi la legge non scritta che per eseguire bene un autore bisogna essere dello stesso paese d’origine, la Filarmonica si è cautelata ingaggiando il violinista russo Maxim Vengerov.

Una esecuzione puntuale, più incentrata sulle tempistiche del solista e sulla tensione fra le voci, in cui la compagine e il solista si sono a lungo studiati per meglio affrontare le prossime comuni fatiche a gennaio, Parigi e Lussemburgo, durante la prevista tournée europea della Filarmonica.

Come bis, strappato un po’ a forza dal pubblico scaligero al violinista che si è poi congedato mostrando quanto si facesse tardi, la Sarabanda dalla seconda Suite di J. S. Bach, cristallina e ieratica.

Nella seconda parte, Chailly, come già per Petruska l’anno scorso, riporta in auge un brano, assente da ben otto anni, per farlo diventare cardine dei programmi del prossimo anno nella già citata tournée europea: il Concerto per orchestra di Bartòk.

L’esecuzione della Filarmonica, sempre d’ottimo livello con una caleidoscopica gamma dinamica e timbrica, è sembrata più un vestito tagliato su misura che ligio ai dettami del sarto. L’economia scelta per gli accelerando, in particolare, è parsa più una scelta di coesione che di rilettura orchestrale.

Non inganni il tema esposto sul libretto di sala (nuove grafiche molto più fruibili rispetto agli ultimi anni) sull’esilio, interno per Šostakovič ed esterno per Bartòk. Il contesto storico ed emotivo dei brani aiuta i musicisti ad una maggiore comprensione del pentagramma e ad una più corretta (ma fino a che punto?) interpretazione, ma non deve essere a mio avviso l’unica chiave di lettura per il pubblico.

La possibilità di trovarsi disorientati non trovando connessioni con la programmaticità della serata non è d’aiuto per un pubblico che, come spesso riporto, non è ancora abituato a questo repertorio.

Prossimo impegno, dopo l’esaltazione di fine anno, a febbraio con il ritorno del membro onorario Valery Gergiev a capo della “sua” orchestra, Mariinskij, con un programma trans-europeo, Debussy, Mendelssohn e Musorgskij.

 

 

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