Cous Cous Klan

Al Teatro Piccolo Eliseo di Roma fino al 13 gennaio 2019

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Cous Cous Klan
Foto di Laila Pozzo

Gabriele Di Luca, con una scrittura scorticante, costruisce una vicenda amara dando corpo a personaggi scarnificati nell’anima che galleggiano nella miserevole condizione di reietti, ai margini di una città dove la borghesia vive dentro recinti protetti da guardie armate che difendono materie prime e privilegi.

I fratelli Caio, ex prete cinico e depresso intossicato da psicofarmaci, Achille omosessuale xenofobo e sordomuto, Olga obesa e cieca da un occhio vivono in una sgangherata roulotte in un parcheggio abbandonato nei pressi di un cimitero dove depredano i cadaveri di quel poco che gli è rimasto (dentiere, protesi) da barattare con cibo e con la preziosa acqua, privatizzata e riservata agli abitanti della città.

In un’altra scassata roulotte il musulmano Mezzaluna conduce la sua grama esistenza di immigrato senza permesso di soggiorno seppellendo rifiuti tossici per un’organizzazione criminale, rinnegato dalla famiglia che lo vorrebbe terrorista, oggetto delle attenzioni amorose della cinquantenne Olga che vuole realizzare il sogno di diventare madre sottoponendolo a stressanti sedute riproduttive.

Tra questa composita e disadattata umanità, una notte si infiltra un uomo dall’apparenza distinta. È Aldo, pubblicitario cacciato dalla moglie per una tresca con una minorenne, che trova rifugio nella carcassa di una cinquecento.

Le battute serrate, incalzanti, sarcastiche e crude scavano alla radice non politicamente corretta di temi estremamente attuali quali razzismo, emarginazione, violenza minorile, inquinamento, immigrazione, corruzione. Tra solitudine e illegalità, fiammelle di umanità rincorrono sogni e desideri. L’arrivo di una ragazza scappata dalla fossa degli zingari, squinternata e psicotica, coinvolgerà tutti nella rocambolesca decisione di trafugare delle speciali reliquie per ricattare un cardinale stupratore e il boss che ha razionato l’acqua, per devolvere il bottino agli emarginati. Il gruppo si compatta intorno a questa visione catalizzatrice, vista come una palingenesi che trasformi in terra feconda quell’immonda discarica. La disperazione si può così incanalare verso una nuova solidarietà o rischiare di acuirsi resistendo alle regole e alla fiducia.

Apparentemente distopico e distante dalla nostra quotidianità, questo spaccato di umanità è specchio dell’umana complessità che vira dal comico al tragico, dal sarcasmo all’egoismo, dalla solitudine all’altruismo. Esplicito e crudo il linguaggio, diretto e incisivo nella mescolanza di temi, mentre la voce di Radio Clandestina informa sulle conseguenze del razionamento delle fonti idriche.

L’impostazione corale del testo è potenziata dalla recitazione di un gruppo affiatato e appassionato quale da tempo dimostra di essere Carrozzeria Orfeo che ha riscosso successi con i precedenti lavori “Thanks for Vaselina” e “Animali da bar”, portando in scena dal 2007 riflessioni su dibattuti temi sociali. Ritmo e velocità sono i tratti distintivi, che tuttavia nel finale soffrono di un certo rallentamento e avvitamento ripetitivo. Esagitati, eccessivi, aspri eppure esilaranti, sostenuti da una vis tragicomica inossidabile sono gli interpreti Alessandro Tedeschi (Achille), Alessandro Federico (Aldo), Massimiliano Setti (Caio), Beatrice Schiros (Olga), Pier Luigi Pasino (Mezzaluna) e Angela Ciaburri (Nina).

La regia a tre di Massimiliano Setti, Alessandro Tedeschi e Gabriele Di Luca potenzia sinergicamente il contesto irriverente che le scene di Maria Spazzi rendono icasticamente realistico come un set cinematografico, insieme alle luci di Giovanni Berti, ai costumi di Erika Carretta e alle musiche originali di Massimiliano Setti.

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