“Turandot”: un’Opera orientale

In scena fino al 10 febbraio 2019 al Teatro Argentina, Roma

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TurandotL’Occidente incontra l’Oriente tra le colonne maestose del Teatro Argentina, ospitando la Compagnia Nazionale dell’Opera di Pechino le cui tradizioni e modalità espressive incuriosiscono e contaminano il lavoro di Marco Plini, regista dell’opera. Il racconto portato in scena ci narra la storia di Turandot, una principessa la cui origine cambiò nel corso del tempo e dei diversi rifacimenti: nata dall’immaginazione di Nizāmī, poeta e scrittore persiano, cresce tra le dita dell’orientalista François Pétis de la Croix per poi stringere il suo più forte sodalizio con il palcoscenico di Carlo Gozzi, un drammaturgo italiano la cui fiaba teatrale viaggiò nei secoli fino a raggiungere agli inizi del Novecento le orecchie sapienti di Giacomo Puccini, un operista italiano, che di lei fece la sua ultima composizione di fama internazionale.

La storia di Tūrāndokht è la storia di una bambina soffocata dalla violenza, prima subita e poi protratta, con la quale crescendo ella visse la sua vita. Nei suoi ricordi, una zia defraudata della sua propria volontà in nome di un matrimonio senza amore, per il sol desiderio dell’uomo. Nel suo presente, un desiderio di vendetta, una rabbia senza oggetto, una bambina che si fa fanciulla e poi germoglia fino allo sbocciare pieno della bellezza, e con essa, del desiderio negli uomini intorno; molti sono pronti a chiederle la mano, e altrettanti periscono a causa di quella mano: “sposerò l’uomo che riuscirà a svelare i tre indovinelli da me proposti; ma chi fallirà sarà decapitato”. Così passano i giorni e, petalo sopra petalo, nell’eredità della Sfinge sono molti i giovani a morire nel fior fiore della giovinezza, fino ad un giorno, nel quale uno sguardo straniero si fa spazio a corte…

Entriamo nella scena con un boato, davanti a noi il regno della principessa, che si estende ben oltre il palcoscenico: gli attori comunicano con il pubblico, si lanciano in acrobazie tra gli spettatori, e i cultori dell’Opera dovranno esser pronti a mettere in discussione una, o giusto qualcuna in più, modalità formale della rappresentazione che qui viene stravolta a livello drammaturgico, compositivo, registico. Il soggetto rimane lo stesso, ma il modo in cui cresce e si sviluppa è un vero canto di colori, bellezza, ed estatiche visioni orientali. «Ho immaginato di portare il pubblico europeo a entrare in un sogno bellissimo e colorato che non possiamo capire fino in fondo, ma le cui immagini ci attraggono e risucchiano in un vortice di colori brillanti e suoni rumorosissimi, che man mano prendono senso, un senso profondo, atavico, che ci colpisce nel profondo», così il regista ci accompagna – con oggetti di scena a cui non siamo abituali, come le lunghissime piume di fagiano sulla testa del principe, o i ventagli con i tessuti morbidi, e attraverso l’uso dei colori – nel mistero di una fiaba antica la cui morale non tarda ad arrivare.

L’uso di costumi tipici orientali, delle maschere tradizionali, del canto pechinese, dei combattimenti rituali, della recitazione evocativa e delle acrobazie; la narrazione fuori fiaba da parte dei tre valletti di corte; l’uso delle lanterne e di altri elementi con una rifrazione diversa della luce; il passaggio dalla notte ai diversi momenti del giorno, e ai diversi stati interiori attraverso un ottimo disegno luci studiato da Tommaso Checcucci; conducono il pubblico all’interno di una cornice delicata, curiosa, alternativamente sorprendente. Le musiche utilizzate per l’Opera si adagiano sui movimenti e sulle battute degli attori creando una dimensione di tensione, leggerezza, e profondità che ben distingue ed esalta i diversi atti che si susseguono. Nell’ideazione della partitura musicale si incontrano le due tradizioni rappresentate dalle composizioni di Luigi Ciccarelli e Alessandro Cipriani (per contrabbasso, chitarra elettrica, percussioni ed elaborazione elettronica) e da Qiu Xiabo (per 8 voci, jing hu, er hu, yue qin e percussioni cinesi) creando una dimensione di espansione e relativismo in cui confluiscono i gesti fluidi e a volte acrobatici degli interpreti. La sinergia del canto, della musica, della scenografia, della modalità interpretativa crea realmente uno scorcio lodevole all’interno del quale lo spettatore occidentale si cimenta con una cultura di molto lontana dalla propria. Questo è permesso e rafforzato dalla visione di costumi i cui elementi classici orientali incontrano dettagli dell’abbigliamento occidentale. Anche qui il colore ha un ruolo di primo piano, ed insieme ad esso i gioielli, i copricapi, le lunghe shuixiu 水袖 (maniche d’acqua) presenti in tutti gli abiti a prescindere dal ruolo, per permettere un ondeggiare delle forme attraverso cui possa esprimersi liberamente lo stato d’animo del personaggio. Il fluire dei tessuti rafforza l’espressione mimica e i significati che il corpo dell’attore veicola, così come gli elementi estetici che vanno allo stesso tempo rivelando la storia di chi abbiamo di fronte, la sua età, la sua provenienza, il suo ruolo e il suo livello sociale.

Indicativa la forte presenza di persone orientali in sala, le quali, al pari degli spettatori occidentali, hanno apprezzato il lavoro di sinergia mostratoci con un impeto di applausi e apprezzamenti.

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TURANDOT

drammaturgia Wu Jiang e Wu Yuejia

regia e scene Marco Plini

musiche originali Luigi Ceccarelli, Alessandro Cipriani e Qiu Xiaobo

regia per l’Opera di Pechino Xu Mengke

aiuto regia Thea Dellavalle

costumi Jiang Dian

luci Tommaso Checcucci

video Orlando Bolognesi

acconciature e trucco Zheng Weiling

con gli attori della Compagnia Nazionale dell’Opera di Pechino

Xu Mengke – Calaf

Zhang Jiachun – Turandot

Liu Dake – Timur

Wu Tong – Liu

Ma Lei – Wang Ping

Wang Chao – Ping

Nan Zikang – Pong

Wei Pengyu – Pang

musicisti

Vincenzo Core – Chitarra elettrica ed elaborazione elettronica

Zhang Fuqi – Jing Er Hu

Li Lijin – Yue Qin

Meng Lingshen – Jing Hu

Niu Lulu – Da Luo

Laura Mancini – Percussioni

Giacomo Piermatti – Contrabbasso

Cao Rongping – Nao Bo

Chen Shumin – Xiao Luo

Wang Xi – Ban Gu e Da Tang Gu

Produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro Metastasio di Prato e China National Peking Opera Company

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