Familie Flöz in “Teatro Delusio”

Andato in scena il 9 marzo 2019 al Teatro Auditorium "Sant'Alfonso Maria de' Liguori" di Pagani (SA)

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Teatro Delusio
Foto di Eckard Jonalik

di Paco González, Björn Leese, Hajo Schüler e Michael Vogel

regia Michael Vogel

con Andrès Angulo, Johannes Stubenvoll e Thomas van Ouwerker

maschere Hajo Schüler

scene Michael Vogel

costumi Eliseu R. Weide

musiche Dirk Schröder

luci Reinhard Hubert

una produzione di Familie Flöz, Arena Berlin e Theaterhaus Stuttgart

Fotografia di Eckard Jonalik

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Il pubblico è arrivato numeroso già dalle ore 20 per l’AperiSpettacolo a cura di Ritratti di Territorio, una iniziativa che Scenari Pagani, alla 22° edizione, con la direzione artistica di Nicolantonio Napoli porta avanti già da parecchio tempo.

Sipario spalancato, luci accese, gli attori della compagnia (Andrés Angulo, Johannes Stupenvoll e Thomas van Ouweker) si sono già calati nella parte dei tecnici e sistemano gli oggetti di scena. Luci, cavi, bauli, ogni strumento è messo al proprio posto con l’eccezione di una porta, il vero punto di partenza. Solo il rumore secco della porta sbattuta e il rapido cambiamento di luci fanno capire che è il momento di stare in silenzio. Una marionetta, animata dai tre attori fa il suo ingresso, ci accoglie nel suo mondo.

Poetico, romantico, favolistico e delicato l’inizio con la fanciulla vestita di bianco abilmente manovrata da tre uomini vestiti di nero. Lo stupore con cui scopre di avere una mano che si muove e poi anche la seconda mano è un momento di toccante e struggente malinconica sorpresa. Il pubblico è avvolto da una palpabile emozione, un soffio di poesia che riporta alle emozioni dell’infanzia quando con innocenza ci si perdeva nelle fantasticherie. Un pupazzo, forse il fantasma del teatro, prologo muto permette l’avvio della storia, trovando il suo punto di forza nella magnifica orchestrazione dei movimenti ad orologeria che avvengono sul palco. È un dietro le quinte, repentina area di decompressione e precaria sosta di attesa.

I mille piccoli dettagli che solitamente dalla scena non emergono sono di una strabiliante evidenza dietro le quinte: vivaci anche se muti battibecchi fra gli attori e i tecnici, oggetti che non si trovano, costumi che si impigliano nei chiodi, martelli che cadono, cavi che si ingarbugliano, lunghe scale che intrappolano attori e tecnici, litigi nerboruti ma silenziosi, parrucche che si spostano, baci rubati, abbracci di conforto che si prolungano oltre il dovuto, spuntini mangiucchiati, letture proibite e tanto altro ancora. Tutto fa spettacolo, il vero spettacolo è dietro le quinte, tutto ciò che il pubblico di solito non vede, ma che stasera sì mostra.

Abilità e professionalità a profusione. Sul palco tre, solo tre attori mimi vestono i costumi di ben ventinove personaggi (29) ed indossano altrettante maschere. Portano in scena gli infiniti personaggi che abitano il teatro, un mondo popolato da artisti, ma anche da tutti coloro che rendono possibile la realizzazione dell’opera: dalla parrucchiera che fissa con la lacca un imponente parrucca, alla donna delle pulizie che spazza il palcoscenico e balla sui tacchi con i suoi guanti gialli, al gatto che nascosto nel baule è la vera mascotte.

Un violinista anziano un po’ smarrito, il direttore d’orchestra con l’aria da snob, il pianista che si scalda le mani, un musicista alla sua prima volta con il triangolo cerca disperatamente l’entrata giusta, la stella, prima donna elegante e raffinata ma isterica e prepotente, la ballerina che arriva in ritardo, il coreografo in calzamaglia narcisista oltre misura, il regista con la sciarpa svolazzante alla ricerca di un’idea, l’attore che non si lascia tiranneggiare ed ancora innumerevoli personaggi che si spintonano per entrare in scena alla ricerca di un applauso, che li ripaghi dei mille sacrifici che sono il vero baule di ogni artista.

La parola è fondamentale a teatro, necessaria ma non indispensabile: questo è il pensiero che aleggia sulla testa del pubblico a fine spettacolo.

Mugolii, gridolini, imprecazioni a mezza voce, costumi e maschere grottesche, con profili giganteschi tutto comprensibile. Universale il linguaggio delle emozioni e dei sentimenti regalati con clownesca agilità.

Da sempre la maschera è bagaglio dell’attore ma in alcuni casi, come in questo diventa davvero protagonista indiscussa della intricatissima rete di relazioni e passioni dei personaggi.

Commedia e tragedia si consumano dietro le quinte fra “entrate ad effetto” ed “uscite plateali” come repliche afone delle scene recitate sul palco. Applausi di rimando e tutta la tristezza in un turbinio di generi, maniere e stereotipi che sempre sottende ad ogni gioia.

Effimera ricompensa il successo, forse, ma in suo nome tutto si fa. Il consenso del pubblico è la spinta motivazionale dell’intera macchina dello spettacolo, in ogni sua diversa specializzazione.

Con estrema ratio ci si può domandare quanto di reale ci sia nella finzione, quanta vita vissuta ci sia nella gestualità recitata e quanto di particolare ci sia nell’universale.

I meccanismi strutturali sono l’apparato scenico di ogni rappresentazione e se è vero che il Teatro è un viaggio nell’anima, quanto significante può essere la ricerca del sé nello specchio dell’altro?

Lo spettacolo è adatto ad ogni età e consegna a ciascuno un promemoria metaforico di ricordi passati e progetti futuri.

Applausi meritatissimi.

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