Il ragazzo dell’ultimo banco

Dal 21 marzo al 18 aprile al Teatro Studio Melato, Milano

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Il ragazzo dell'ultimo banco
Foto di Masiar Pasquali

Alla sua prima regia in una produzione del Piccolo Teatro, Jacopo Gassmann dirige un testo dello spagnolo Juan Mayorga. Il ragazzo dell’ultimo banco, al Teatro Studio Melato, in prima nazionale, dal 21 marzo al 18 aprile 2019, è una lucida parabola, inquietante come un thriller, che intorno all’ambiguo rapporto tra un professore (interpretato da Danilo Nigrelli) e uno studente (Fabrizio Falco), sollecita una riflessione sul sottile, impalpabile confine tra finzione o realtà. Fino a che punto l’arte e la scrittura hanno il diritto di addentrarsi nelle vite degli altri? Capovolgimento dell’archetipo del “romanzo di formazione”, Il ragazzo dell’ultimo banco mette in scena personaggi costretti a fare i conti con il proprio fallimento e con la solitudine. In scena, anche Pierluigi Corallo, Alfonso De Vreese, Pia Lanciotti, Mariángeles Torres. Dal testo di Mayorga, nel 2012, è stato tratto il film Nella casa (Dans la maison), diretto da François Ozon.

I protagonisti di Il ragazzo dell’ultimo banco sono un professore di letteratura di liceo e un suo allievo. Claudio siede sempre all’ultimo banco, viene da una famiglia disagiata: la madre lo ha abbandonato da piccolo e il padre vive nell’ombra. Apparentemente in disparte, Claudio rivela un particolare talento per la scrittura nel momento in cui svolge il tema proposto dall’insegnante. Racconta “a puntate” il rapporto con un compagno di classe che aiuta nei compiti di matematica e del quale ha preso a frequentare la casa, molto borghese, e la famiglia, profondamente diversa dalla sua. Sarà vero quel che descrive, o si prende gioco del professore? Segnato dalla tensione narrativa di un thriller e immerso in un registro di feroce satira, il testo descrive una società in cui la forbice economica appare divaricata e l’ascensore sociale bloccato. È anche un’affascinante riflessione sulla scrittura, sul suo potere pervasivo, sui limiti etici che la sottendono e sui fantasmi che la popolano. Juan Mayorga, classe 1965, laureato in matematica e filosofia, con alle spalle un lungo periodo di docenza, è autore particolarmente caro a Jacopo Gassmann. Di lui ha diretto, nel 2011 a Londra, Nocturnal, e nel 2013 al Teatro Belli di Roma, La Pace Perpetua.

«È un testo da leggere a più livelli – spiega Gassmann –. Sempre in bilico sul crinale che separa realtà e finzione, gioca su una narrazione del tempo ricca di ellissi e su un climax di sottesa violenza psicologica fra i due protagonisti. Il rapporto fra il professore e Claudio, sui doppi binari di quello padre/figlio e docente/discepolo, si trasforma via via in un’appassionante lotta emotiva e intellettuale, fino a posizionarsi sull’orlo di uno strapiombo. Ogni personaggio fa i conti con i propri fallimenti e con un profondo senso di solitudine. Tutti si trovano a vivere la propria esistenza per procura: il professore attraverso il talento del misterioso ragazzo; lo studente nei mondi, forse immaginari, che costruisce. La domanda che prende vita sul palco è: fino a che punto arte e scrittura hanno il diritto di addentrarsi nelle vite degli altri?».

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Le vite degli altri

di Juan Mayorga

(dal programma di sala dello spettacolo, a cura dell’Ufficio Edizioni del Piccolo)

Tempo fa, per cinque anni scolastici, insegnai matematica in diverse Scuole Secondarie. Una notte, mentre stavo correggendo un compito sulle frazioni, lessi una frase che suonava circa così: “Juan, non ho dato nessuna risposta perché non ho studiato ma sto giocando molto bene a tennis, martedì sono comparso sulla Gazzetta dello Sport, diventerò un campione e tu e io andremo a festeggiare”.

Immediatamente pensai: “È davvero interessante che un alunno utilizzi un esercizio scolastico per raccontare la sua vita a un professore”. Come sono solito fare, annotai quell’episodio, che, di tanto in tanto, mi tornava in mente. Quando, anni dopo, gli amici della compagnia Ur mi chiesero di scrivere un testo per loro, misi sul tavolo parecchie proposte, una delle quali si basava su quell’aneddoto e diventò Il ragazzo dell’ultimo banco.

Così l’ho raccontata mille volte. A casa mia ricordano le cose in ben altro modo. Dicono che l’ispirazione per Il ragazzo non mi venne mentre correggevo un esercizio. Assicurano che quel giorno, tornai a casa raccontando di un alunno che mi aveva consegnato il compito in bianco e nel farlo mi aveva parlato della faccenda del tennis. Il fatto che ci siano due versioni dell’episodio e che io le ricordi entrambe come assolutamente reali ha a che fare con la nostra commedia, in cui non è del tutto chiaro quanto, di quel che avviene in scena, forse addirittura tutto, potrebbe scaturire dall’immaginazione di uno dei personaggi.

Comunque sia andata, in quelle frasi che mi rivolse un adolescente o che io ricevetti, scritte con cattiva punteggiatura, dalla sua mano, e suppongo anche in molti altri momenti, ricordi reali o fantasie, della mia vita di professore e di alunno, sta il seme de Il ragazzo dell’ultimo banco. Ed è per questo motivo che decisi di raccontare quanto mi era accaduto o che inventai un professore di Lingua e Letteratura di nome Germán. Pensai a un uomo che aveva scelto quel mestiere perché voleva condividere con altre persone il suo amore per i capolavori letterari, un personaggio che oggi si relaziona meglio con quelli, cioè con i grandi libri, che con quelle, ovvero le persone.

Eppure tutto cambia, per lui, il giorno in cui, correggendo una mazzetta di temi intitolati “Il mio ultimo fine settimana”, ne trova uno, inquietante, che si conclude con un altrettanto inquietante continua; cosí scopre Claudio, un ragazzo in cui riconosce la sua stessa ferita, la piaga dell’appassionato bibliofilo. E tra Germán – un uomo senza figli – e Claudio – un ragazzo senza padre –, entrambi persuasi che la vita, senza favole, non valga nulla, si stabilisce un patto: il ragazzo consegnerà all’adulto nuovi racconti, come se si trattasse di un romanzo a puntate, mentre il maestro e complice proverà a trasmettergli i segreti della letteratura e, con quelli, forse, anche qualcosa in più – la bellezza del dolore umano? –.

La prima rappresentazione de Il ragazzo dell’ultimo banco si è tenuta nel 2006. Sono seguite altre 25 messe in scena di compagnie professioniste in diversi luoghi d’Europa, America e Asia, oltre a un buon numero di allestimenti in scuole e istituti, esperienza interessante come può esserlo la sfida di un gruppo di adolescenti chiamati a impersonare i ruoli di due ragazzi e quattro adulti, tra cui un professore, un padre e una madre. Convinto come sono del fatto che un testo conosca cose ignote al suo autore, mi interessa più quello che gli altri hanno visto nella pièce che non quanto io stesso abbia inteso metterci: non è detto che perché un autore ha scritto una commedia sia anche capace di comprenderla; io le scrivo, le pubblico e le metto in scena precisamente perché gli altri mi aiutino a capirle.

Alcuni leggono Il ragazzo dell’ultimo banco come un’opera centrata su due poli fondamentali di incontro e scontro: la famiglia e la scuola. La vedono come un testo sugli alunni e i maestri, i figli e i padri: su chi sta imparando a guardare e chi invece ha gli occhi stanchi. In questi interstizi e tra questi personaggi compaiono, mi dicono, due motivi ricorrenti nel mio teatro: la trasmissione di esperienza e la tensione tra realtà e desiderio.

Altri credono che la commedia rappresenti, soprattutto, l’epifania di uno scrittore, ovvero, il momento in cui un individuo realizza che la sua passione, la sua missione, il senso della sua vita è osservare quelle degli altri, immaginarle e trasferirle sulla pagina. La scoperta del potere manipolatorio e vivificatore delle parole, la sensazione che s’impadronisce di chi sceglie l’ultimo banco perché da lì può osservare tutti gli altri. La presa di coscienza, anche, del fatto che quel dono condanna chi ne sia posseduto a vivere nascosto in mezzo ai propri simili, in un altro banco, solo, mantenendo la distanza infinita necessaria a tradurre sulla pagina le vite degli altri. Il ragazzo dell’ultimo banco sarebbe, insomma, un testo sulla follia dello scrivere.

Alcuni mi dicono che mette in scena la scrittura di per sé. E che, facendolo, induce lo spettatore a farsi domande sulla letteratura, l’arte in generale e, infine, sullo spettacolo. Domande come “Per chi scrive l’autore?”, o “l’arte ci rende migliori?”; nella misura in cui queste domande si attagliano anche a Il ragazzo dell’ultimo banco – “questo è verosimile?”, o “questa scena cosa aggiunge all’opera?”, o “sarà teatro per degenerati?” –, lo spettatore è invitato a indossare i panni del critico.

E c’è chi vede al centro del testo un desiderio che non è solo degli scrittori o degli artisti, ma universale e quotidiano: quello secondo cui ogni essere umano sente il bisogno di immaginare le vite degli altri e di immaginarsi, tra gli altri, altro da sé. È necessario – mi dicono tali esegeti – che queste vite immaginarie siano non meno importanti di quelle che, di fatto, viviamo – sempre che sia possibile distinguere tra le une e le altre.

Tutti siamo finzione. Siamo creature immaginarie dei nostri racconti. Ma lo siamo anche delle storie degli altri, dei racconti scaturiti dal desiderio o dalla paura altrui. Siamo personaggi nei sogni degli altri, mi fa pena chi non è un personaggio del sogno di nessuno.

Sospetto, sì, che Il ragazzo dell’ultimo banco tratti, soprattutto, di sogni. Come mi rende felice il fatto che ora arrivi in un teatro, il Piccolo, in cui hanno sognato e fatto sognare grandi artisti che considero miei maestri. E lo fa per mano di un artista che ammiro, Jacopo Gassmann, regista di grande personalità e con un forte istinto poetico per la scena. Provo nei confronti del Piccolo, di Jacopo, dei suoi attori e di tutta la compagnia di questa produzione un’enorme gratitudine.

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Il teatro: un rebus con infinite soluzioni

Intervista a Jacopo Gassmann

(dal programma di sala dello spettacolo, a cura dell’Ufficio Edizioni del Piccolo)

Come e da dove nasce il tuo interesse per la drammaturgia di Juan Mayorga?

Misi per la prima volta in scena un lavoro di Juan Mayorga in Inghilterra, alla fine di un master di regia alla Royal Academy di Londra. Si trattava di Animali notturni, in cui diressi un cast inglese. Tornato in Italia, fu la volta de La pace perpetua, un testo meraviglioso, che si potrebbe definire kafkiano. L’incontro professionale si è trasformato poi in un rapporto personale profondo e autentico: considerando che il testo che mettiamo in scena al Piccolo parla di maestri e discepoli, posso dire senza dubbio che considero Juan Mayorga un vero maestro, come pochi, oggi, in questo settore.

Mayorga dice che spesso una sua opera gli “sfugge”, assumendo quei significati che è il pubblico ad attribuirle…

Mayorga chiede al pubblico, ai registi e agli attori, di mettere in scena un rebus con mille soluzioni possibili, tutte ugualmente valide. Il ragazzo dell’ultimo banco, in particolare, contiene molte scene in cui questa volontà dell’autore è evidente: pensiamo a quando Germán, il professore, e lo studente Claudio discutono dei possibili titoli da attribuire al romanzo del ragazzo: I numeri immaginari, Il ragazzo dell’ultimo banco, La lavagna vuota. Ogni titolo contiene una traccia, una possibile storia. Sta a noi decidere quale, tra questi binari, percorrere. Per non parlare dei possibili finali. Come finisce, davvero, questo testo? Secondo me è interessante, anche a livello registico, non decidere tutto, ribellarsi alla tentazione di un’unica soluzione: bisogna rispettare la commedia nella sua ambiguità.

Uno dei principali temi dell’opera è il rapporto padri/figli e/o maestri/discepoli. Cosa ne pensi?

È un testo che ha a che fare anche con l’ingratitudine. Da una parte abbiamo Germán, un personaggio meraviglioso e toccante nel suo fallimento, che fa un dono a Claudio e ne viene tradito. Ma è anche vero che Germán non arriva a capire fino in fondo quello strano diciassettenne che non è un “se stesso” più giovane, né il figlio che non ha avuto, né la sua seconda chance di successo: è un’altra persona, con una propria identità. E come sempre, quando nella vita si proiettano eccessive aspettative su qualcun altro, ci si ritrova con un pugno di mosche in mano. Claudio, il ragazzo, l’enfant prodige brillante e intelligente è un punto di domanda come lo è ogni diciassettenne. Cosa deve fare questo ragazzo inquieto per risolvere se stesso? Deve uccidere il padre? Deve tradirlo? E alla fine di tutto, pur non volendo rivelare il finale della commedia a chi ci legge, possiamo dire se questo ragazzo fallisca anche lui o si salvi e si liberi definitivamente? Di certo, Il ragazzo dell’ultimo banco è portatore di un’urgenza dettata dal trovarci in un’epoca in cui i modelli, i “padri”, stanno poco a poco venendo meno.

Mayorga mette in scena un attacco alla famiglia borghese, alle sue certezze, al suo benessere economico, alla sua solidità: una lotta di classe in cui non esistono vincitori o vinti. È così?

In un suo saggio, Enrico Di Pastena, un docente universitario che ha approfondito la scrittura di Mayorga, propone un interessante parallelo fra Teorema di Pasolini e Il ragazzo dell’ultimo banco. Ma se nel film la figura di Terence Stamp, il giovane sacro, fende, attraversa la famiglia borghese modificandone profondamente i destini, qui lo sguardo è più cinico. Claudio prova a scardinare una famiglia che alla fine lo espelle, lo rigetta, lo respinge e si ricompatta. Nel bene e nel male. È evidente nell’incontro tra Claudio ed Ester, dopo che la passione si è consumata. In quel bacio “materno” tra la donna matura e il ragazzo, l’apparente dolcezza di quel distacco finisce per ricacciare Claudio nella sua feroce solitudine. È un altro elemento che mi sembra avvicinare il testo ai tempi in cui viviamo, alla chiusura verso l’altro, il diverso. Così come, nel finale, il fallimento professionale di Rafa padre, se da un lato ha un che di struggente, dall’altro è la manifestazione di una rabbia non codificata e non gestita, che sale dalla pancia. È quella stessa violenza che si respira oggi nell’aria, e che spesso conduce a scelte politiche discutibili, compiute d’istinto, sull’onda dell’emotività, senza tenere conto della complessità dei tempi in cui viviamo.

Anche se è respinto dagli Artola, Claudio non sembra tuttavia aver trovato, attraverso la scrittura e la lettura, un’opportunità di riscatto sociale?

Con una precisazione: il testo specifica che, dal punto di vista della trasmissione del sapere, il puro nozionismo non serve ed è controproducente. Germán che dà allo studente una serie di romanzi da leggere rischia di incappare in un errore frequente quando si educano gli adolescenti: travolgere un giovane con il proprio sapere ma senza trasmettergli amore. La chiave è tutta lì, in un amore che sia veramente apertura e accoglienza dell’altro nella sua totale alterità da noi. Germán non sa fare questo scatto, o forse lo fa solo parzialmente, accecato dal suo narcisismo, dalle lusinghe stesse del ragazzo. German è l’uomo che preferisce i libri agli esseri umani. Chiuso in una turris eburnea, sente i personaggi letterari più vicini a sé delle persone che gli stanno accanto. Nella partita a scacchi che è il suo rapporto con Claudio, non si accorge che la sua regina è in pericolo.

Il ragazzo dell’ultimo banco è sì un testo drammatico, ma è anche scritto con una buona dose di ironia…

Ha il sapore di certe nostre commedie all’italiana, sceneggiate alla perfezione. A tratti mi fa pensare a Flaiano, per quell’ironia consapevole del grottesco della vita. È così nel rapporto tra Germán e Juana, ad esempio, nei loro dialoghi al vetriolo. Per non parlare dei titoli dei libri sul comodino di Rafa padre: sono straordinari… Chi ha spostato il mio formaggio (cambiare se stessi in un mondo che cambia)… esiste veramente un saggio intitolato così. E credo esistano anche molte persone che lo hanno letto.

Che effetto ti fa dirigere uno spettacolo al Piccolo?

È un onore. Lo è ancora di più allestire questo testo, per l’argomento di cui parla, nella sala dello Studio Melato, dove ha sede la Scuola di Teatro, un luogo dove maestri e allievi si incontrano e si scambiano esperienze. È una coincidenza meravigliosa che ovviamente mi fa pensare a Luca Ronconi, che conobbi in occasione della messa in scena de La pace perpetua. Allora fu un bellissimo incontro. Oggi mi emoziona profondamente pensare che, in qualche modo, sia anche lui qui, con noi. Nella memoria, appunto, che è permanenza di vita.

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Lo spettacolo

Piccolo Teatro Studio Melato (Via Rivoli 6 – M2 Lanza), dal 21 marzo al 18 aprile 2019

Il ragazzo dell’ultimo banco

di Juan Mayorga, traduzione Antonella Caron

regia Jacopo Gassmann

scene Guido Buganza, costumi Giada Masi

luci Gianni Staropoli, movimenti Alessio Maria Romano,

sound designer Lorenzo Danesin, video a cura di Stefano Teodori

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Personaggi e interpreti (in ordine di apparizione):

Germán Danilo Nigrelli

Juana Mariángeles Torres

Claudio Fabrizio Falco

Rafa Alfonso De Vreese

Rafa Padre Pierluigi Corallo

Ester Pia Lanciotti

Produzione Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa

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Orari: martedì, giovedì e sabato, ore 19.30; mercoledì e venerdì, ore 20.30 (salvo mercoledì 3 e 10 aprile, ore 15 e 20.30); domenica, ore 16. Lunedì riposo.

Durata: 2 ore senza intervallo.

Prezzi: platea 40 euro, balconata 32 euro

Informazioni e prenotazioni 0242411889 – www.piccoloteatro.org

News, trailer, interviste ai protagonisti su www.piccoloteatro.tv

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Gli incontri

In occasione dello spettacolo, il Piccolo Teatro di Milano ha organizzato un breve ciclo di incontri di approfondimento dedicati al drammaturgo contemporaneo spagnolo, al testo e alla messa in scena.

Chiostro Nina Vinchi (via Rovello 2), giovedì 14 marzo 2019, ore 17

In fondo si vede meglio. Juan Mayorga e il suo teatro.

Incontro con Alessandro Cassol

(docente di Letteratura e Storia del Teatro spagnolo all’Università degli Studi di Milano)

Introduce Anna Piletti.


Intesa Sanpaolo (filiale di via Verdi 8 – Milano), venerdì 22 marzo 2019, ore 17.30 

Juan Mayorga, Jacopo Gassmann e Massimo Bernardini parlano di “Il ragazzo dell’ultimo banco”

Interviene Fabrizio Paschina, direttore Comunicazione e Immagine di Intesa Sanpaolo

Il rapporto tra i giovani e gli adulti, a scuola e in famiglia, il racconto della realtà, vera o percepita, la scrittura come momento catartico che dà voce ai disagi, alle inquietudini e ai turbamenti degli adolescenti, soprattutto quando questi si trovano a vivere in una famiglia problematica messa a confronto con un ambiente borghese, affettuoso e confortevole: questi sono alcuni dei temi dello spettacolo. Il drammaturgo spagnolo e il regista sono i protagonisti dell’incontro in programma presso la filiale di via Verdi 8 di Intesa Sanpaolo. Con loro il giornalista e conduttore televisivo Massimo Bernardini che approfondirà gli aspetti legati al “racconto a puntate”, tipico dei format televisivi,  rappresentato, nello spettacolo, dai temi attraverso i quali il giovane Claudio esprime il suo talento per la scrittura e descrive al professore il rapporto con il compagno di classe.

L’incontro è organizzato in collaborazione con Intesa Sanpaolo e Instituto Cervantes Milano.

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Chiostro Nina Vinchi (via Rovello 2)

mercoledì 27 marzo 2019, ore 17

Incontro con la compagnia dello spettacolo

Modera Anna Piletti.

Gli incontri sono a ingresso gratuito con prenotazione su www.piccoloteatro.org

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Le biografie

Juan Mayorga

È nato a Madrid nel 1965. È autore, tra gli altri, di Sette uomini validi, Altra cenere, II traduttore di Blumemberg, Il sogno di Ginevra, Il giardino bruciato, Angelus Novus, Lettere d’amore a Stalin, Stanlio e Ollio, Himmelweg, Animali notturni, Parola di cane, Le ultime parole di Fiocco di Neve, Hamelin, Il ragazzo dell’ultimo banco, La tartaruga di Darwin, La pace perpetua, L’elefante ha occupato la cattedrale, La lingua a pezzi, Il critico, Il cartógrafo, Gli jugoslavi, Reikiavik, Famelica, Intensamente azzurri e Il Mago, oltre a brevi pezzi raggruppati nella raccolta Teatro para minutos e a traduzioni di testi di Euripide, Lope de Vega, Calderón, Shakespeare, Lessing Büchner, Dostoevskij, Ibsen, Čechov, Kafka, Valle-Inclán, e Dürrenmatt. Per la sua opera, che è stata messa in scena in più di trenta lingue, ha ricevuto, tra gli altri, lo Europe Prize Theatrical Realities, e i premi Nacional de Teatro, Nacional de Literatura Dramática e Premio Max. Alla guida della sua compagnia, “La loca de la casa”, ha diretto La lingua a pezzi, Reikiavik, Il cartógrafo, Intensamente azzurri e Il Mago. I principali lavori di saggistica comprendono Ellissi e Rivoluzione conservatrice e conservazione rivoluzionaria. Politica e memoria in Walter Benjamin. Laureato in matematica e con un dottorato in filosofia, ha insegnato matematica in alcune scuole superiori di Madrid e Alcalá de Henares e Drammaturgia alla Real Escuela Superior de Arte Dramático de Madrid, e diretto il seminario Memoria y pensamiento en el teatro contemporáneo presso l’Instituto de Filosofía del CSIC. È direttore del dipartimento di Artes Escénicas de la Universidad Carlos III e membro eletto della Real Academia Española.

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Jacopo Gassmann

È nato a Roma nel 1980. Si laurea (Bachelor of Arts) in regia cinematografica alla New York University e, in seguito, consegue un Master of the Arts in regia teatrale alla Royal Academy of dramatic arts di Londra. Durante la permanenza negli Stati Uniti frequenta corsi di regia teatrale e cinematografica in diverse università americane (Harvard, UCLA) e realizza diversi lavori (corti, video-arte) tra cui About the house (2004, da un’opera di Julio Cortazar, Competizione video cineasti del presente al Festival del film Locarno). È autore di documentari tra cui: La Voce a te dovuta, presentato ai festival internazionali di Locarno, Istanbul, Cinemed Montpellier, Montreal New Cinema and New Media, FIC Brasilia; Il più bel gioco del mondo, presentato in piazza del Campidoglio a Roma e al Genova film festival.

Nel 2005 cura insieme a Luca Sossella e firma la regia teatrale dello spettacolo Il minore ovvero preferirei di no con Roberto Herlitzka, sulla vita e l’opera di Ennio Flaiano (in scena all’Auditorium Parco della musica di Roma e ripreso nel 2008). Negli anni successivi è responsabile delle selezioni artistiche del Festival Internazionale di Palazzo Venezia (Arte, Musica e Danza) e del Sole e Luna Doc Fest. Traduce e adatta numerosi testi teatrali dall’inglese all’italiano e collabora come docente con il Centro Sperimentale di Regia di Milano. Tra il 2010 e il 2012 vive a Londra, dove dirige lo spettacolo Nocturnal di Juan Mayorga (presso il John Gielgud Theatre RADA di Londra) e lavora presso il dipartimento di drammaturgia del Soho Theatre. Nel 2013 firma la regia teatrale de La Pace Perpetua di Juan Mayorga al Teatro Belli di Roma. Lo spettacolo è stato ripreso nel 2014 per una tournée italiana (circuito AMAT Marche, Teatro Verdi di Padova, Teatro Elfo Puccini di Milano). Nel 2015 inaugura la rassegna Trend Nuove Frontiere della Scena Britannica, firmando la traduzione e la regia di Confirmation di Chris Thorpe con Nicola Pannelli. Lo spettacolo è stato successivamente messo in scena in diverse città italiane. Nel 2016 traduce Bull di Mike Bartlett per il Teatro Franco Parenti e cura la traduzione e regia di There has possibly been an incident di Chris Thorpe per Trend XV. Nel 2017 traduce e dirige Disgraced di Ayad Akhtar, vincitore del premio Pulitzer 2013, per una coproduzione tra Teatro della Tosse e Teatro di Roma. Lo spettacolo ha debuttato in estate alla Milanesiana. Nella stagione 2017-2018 DisgracedConfirmation e There has possibly been an incident girano l’Italia in tournée. Disgraced è finalista per la migliore regia al Premio Le Maschere del Teatro 2018 e come migliore nuovo testo straniero ai Premi UBU 2018.

Il progetto Il teatro di Chris Thorpe (Confirmation e There has possibly been an incident)  vince il Premio Nazionale Franco Enriquez 2018 per la migliore regia e traduzione, nella sezione teatro contemporaneo. Nella stagione 18/19 traduce Yellow Moon di David Greig (Trend XVII) e Un intervento di Mike Bartlett (Css Udine). È curatore della collana di teatro contemporaneo Green room per Luca Sossella editore.

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