“Ecuba” di Euripide

Andato in scena al Teatro Arcobaleno di Roma

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EcubaDopo aver espugnato Troia, la flotta greca è bloccata dai venti che ne impediscono la partenza. L’astuto Ulisse porta alla regina Ecuba, fatta prigioniera, la richiesta del fantasma di Achille che gli venga immolata sulla tomba la principessa Polissena per favorire il rientro in patria dei greci vittoriosi. Alla disperazione di Ecuba si oppone la fiera rassegnazione della giovane figlia che preferisce un destino di morte a una vita da schiava.

Poiché l’amore materno rinuncia anche alla dignità, la regina supplica Ulisse di salvare la figlia o sacrificarle entrambe; nel mentre, giunge un’ancella tirandosi dietro un fardello in cui è avvolto il cadavere del figlio Polidoro, che era stato mandato presso il re tracio Polimestore nel tentativo di sottrarlo alla guerra, ma costui lo aveva ucciso gettandolo in acqua dopo averlo derubato della ricca dote.

Sopraggiunto Agamennone, Ecuba, folle di dolore, gli racconta l’atroce e vile gesto di Polimestore invocando vendetta, poi si scaglia contro il re tracio che mente sulla salvezza di Polidoro, accecandolo.

Le atrocità del conflitto, il dolore senza remissione della perdita di un figlio, il capriccioso volere degli eroi cui offrire sacrifici umani, l’astuzia conclamata di Ulisse, la regalità calpestata sono i temi di questa vicenda di vinti, cui il solo Agamennone concede il beneficio della pietà.

Crudele è l’essere umano che si sazia del dolore della morte, mentre gli dei si ritirano sull’Olimpo, cosicché alla clemenza negata si oppone la vendetta catartica. Il dramma della guerra non prevede la giustizia. Alle spalle solo disperazione e rovina.

Numerose le contaminazioni contemporanee previste da Giuseppe Argirò (regista e autore dell’adattamento drammaturgico) che attualizzano il dramma della guerra, tema della tragedia scritta da Euripide intorno al 424 a.C.

I vinti troiani indossano cappottoni che rievocano i pastrani delle SS naziste, i vincitori greci vestono borghesi abiti novecenteschi, a rafforzare l’assunto dell’universalità degli effetti della guerra, che provoca distruzioni e rappresaglie in ogni tempo della storia umana.

Scrive Argirò nelle note di regia: “In questo scenario bellico, lo spettro della guerra si svuota di ogni significato ideologico e declina la violenza in tutte le sue varianti che si propaga come una malattia senza cura, dai vincitori, ai vinti; vittime e carnefici vengono così accomunati dalla sopraffazione…Una madre senza patria e senza figli mette in scena un dolore trasfigurante, irripetibile a qualsiasi latitudine scenica, come ci ricorda Amleto citando la complessità dell’arte teatrale. Protagonista di quest’ impresa è Francesca Benedetti, un’attrice multiforme ed emotivamente intelligente nel cogliere le peripezie dell’animo umano”.

Francesca Benedetti (premio Le Maschere 2018) sfodera un ampio registro interpretativo che la rende l’emblema della solitudine di una donna costretta a combattere contro gli uomini e contro gli dei. Sergio Basile è un gentiluomo distinto e pacato nel ruolo di Agamennone, Gianluigi Fogacci è adeguatamente sprezzante e ambiguo nella viltà di Polimestore, Viola Graziosi è una Polissena un po’ di maniera, Maurizio Palladino è un esagitato Ulisse, Graziano Piazza è l’araldo Taltibio, Maria Cristina Fioretti ed Elisabetta Arosio compongono il coro che raccorda lo svolgimento della vicenda, cui le immagini video proiettate sul fondo fungono da scenografia.

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