Teatro dell’Opera di Roma, “Die lustige Witwe (La vedova allegra)” o il musical secondo Michieletto

Il successo della popolare operetta di Lehár trasformata da Michieletto in un musical moderno ambientato negli anni '50

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La vedova allegra
Foto di Yasuko Kageyama

La vedova allegra o meglio, Die lustige Witwe di Franz Lehár? Non un’operetta, ma un musical moderno secondo il regista Damiano Michieletto che ha voluto portare per la prima volta in tedesco l’operetta per antonomasia al Teatro dell’Opera di Roma richiamando ogni tipo di pubblico.

Proposta in lingua originale tedesca, l’operetta, genere considerato minore, riacquista tutta la sua dignità, la sua integrità e il valore musicale secondo il regista veneziano, ma è anche vero che Michieletto punta al sodo e ripensa quasi totalmente la Vedova partendo dal cuore dell’operetta stessa che è di fatto il denaro.

È proprio il denaro il motore della vicenda, dell’intreccio e degli equivoci, ma anche del sottotesto amoroso: l’ambasciata però diventa un po’ troppo superato e paludato e Michieletto sposta immediatamente l’azione in un contesto diverso, trasformando lo stato di Pontevedro in un piccolo istituto di credito cooperativo della provincia italiana degli Anni Cinquanta, dove ciascuno deposita (con fiducia) i propri risparmi.

E il musical è subito servito. A conferire maggiore veridicità alla storia, i personaggi che sono ben lontani dalla belle époque di Lehár (anche se qualche piuma e paillettes delle grisettes non mancano, grazie all’escamotage del sogno di Danilo), ma che acquistano spessore, calati nella piccola provincia italiana fra la noia della banca e il divertimento nella balere degli anni cinquanta con tanto di balli con can-can e valzer che diventano boogie-woogie e passi da rock ’n roll twist.

Qualche dettaglio scenico è inevitabilmente non del tutto aderente rispetto al libretto originale (come sempre accade in ogni trasposizione temporale e spaziale), ma l’adattamento, una volta entrati nel mood dell’idea del registra funziona.

Michieletto mantiene viva la vivacità del testo (con i dialoghi molto asciutti), gli equivoci, le schermaglie amorose, tutta l’ironia e la leggerezza di un’operetta che parla di argomenti molto seriosi, i soldi e l’economia. Il messaggio imperituro, è chiaro: è la finanza, è proprio l’economia a muovere il mondo con i mercati condizionano la vita dei cittadini e con la consapevolezza che ogni Stato necessita di finanziamenti e denaro. Ed è pronto a tutto.

Il tocco di leggerezza e di creatività di Michieletto è assicurato anche dalla manipolazione del personaggio di Njegus, una sorta di factotum della banca, il primo ad entrare in scena, che dà il via alla magia con un tocco di polvere magica e che diventa un Cupido simbolico grazie a un ventaglio che scatena tradimenti, una specie di deus ex machina moderno.

L’allestimento è frizzante, divertente e allegro con colori neutri e poco accesi, seppur molto variegati, nella scene anni cinquanta di Paolo Fantin, in costumi di Carla Teti che lasciano pensare più che altro immediatamente alla provincia perbenista americana degli Anni Cinquanta.

Bravi gli interpreti che cantano, ballano, recitano, fra cui Nadja Mchantaf, una vezzosa Hanna Glawari, Danilo è Paulo Szot che regala al personaggio una cifra da annoiato playboy, il Barone Mirko Zeta è ben interpretato da Anthony Michaels-Moore, la fedifraga Valecienne è la seducente Adriana Ferfecka, Camille de Rossillon è Peter Sonn, il deus ex machina in scena, Njegus è Karl-Heinz Macek.

Sul podio, al debutto romano per questa coproduzione realizzata con La Fenice di Venezia, il maestro Constantin Trinks, attento ai virtuosismi e al ritmo della musica di Lehár.

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