Ti amo da morire

Amarsi da morti e non accettarlo al Teatro degli Eroi di Roma

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Ti amo da morire
Foto di Carlo De Gori

Produzione Gli Psicodrammatici

Scritto e diretto da Danilo De Santis

con Fabio Avaro, Federica Colucci, Bruno Governale, Vanina Marini, Maria Teresa Pintus, Filippo Velardi

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Una panchina ospitante due donne nel guado accanto a un passaggio a livello.

Un distributore di giornali che la sa lunga e cela un ambito segreto.

Una terza donna subissata dentro un delirio erotomanico.

Due uomini che appaiono come intrusi a cercar risposte a una surreale situazione di stallo, nella quale stentano a ricevere risposte, persino da quotidiani che come necrologi non fanno che moltiplicare, agli occhi di chi stenta ad accettare la verità, pietosi stati di ansietà. Tutte, o quasi, presenze fantasmatiche di un limbo dove nulla è ciò che sembra, anche se tutto sembra essere uguale a prima.

Sembra quasi il quadro di un dramma e invece Danilo De Santis, scrittore e regista, forte di una brillante alchimia tra gli attori, mette su una commedia fantastica ben congegnata, si direbbe alla René Clair, giusto per donare un referente cinematografico alla platea (si veda I Married a Witch, il tono è molto simile), con un plasma di stampo popolare inevitabilmente associato alla romanità (il forte personaggio interpretato da Fabi Avaro al quale è stata donata la battuta forse più divertente: l’uno che sviene e l’altra che viene).

Forte della lezione di alcuni classici – come non pensare ad alcune commedie surreali o commedie degli equivoci tinte di giallo di Eduardo De Filippo? –

De Santis offre anche agli altri attori il giusto spazio per far risaltare il meglio delle loro capacità comiche, offrendolo senza ombra di dubbio al colorito personaggio interpretato da Maria Teresa Pintus, che le calza indubbiamente a pennello, così come a Federica Colucci e Bruno Governale, deliziosamente goffi assieme di nuovo sul palco, fino alla bislacca Vanina Marini e a Filippo Velardi che ha spazio e parole, divini parapsicologici concetti, più che altro nella seconda parte dello show d’insana vita e salubre morte.

Sulla soglia della luce che ricomporrà il vero, i cinque personaggi centrali, chiedendo lumi all’angelo custode (di chi? Di tutti? Del limbo?), arrancano a caccia di un ultimo alito di vita dentro un’istantanea, da cronaca, del trapasso. Si pizzicano audacemente, cincischiano ingenuamente, nell’attesa di una risposta ragionata. Forse tutto si ricompone malinconicamente, sul finale, proprio perché il senso dell’esistere è come un salvacondotto malfermo sulla retta via. Ed è proprio quando crediamo di aver capito tutto che ci guardiano indietro e stentiamo a riconoscerci, come sprezzanti di tutte quelle risa a denti stretti che abbiamo disseminato con gusto, nonostante tutto.

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