Benedetta Cardone, ricercatrice del linguaggio poetico

Intervista a cura di Emanuele Martinuzzi

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Benedetta CardoneBenedetta Cardone è una ricercatrice del linguaggio poetico, profonda e imprevedibile. Classe ’75, nasce e vive a Massa. La Poesia entra prepotentemente e presto nella sua vita di adolescente. Da allora non l’ha più abbandonata. Sperimentatrice del linguaggio poetico, ironica, caustica a volte. La sua indole curiosa le ha permesso di trovare un modo peculiare di sintetizzare la frammentarietà del mondo contemporaneo. Persona estremamente sensibile e poliedrica. Ed esprimersi, dando mezzi alla propria voce poetica, è fondamentale in questo senso. Ha partecipato a molti concorsi di poesia nazionali ed internazionali, conseguendo Primi e Secondi Premi, oltre a varie Menzioni d’Onore. Inoltre è una delle fondatrici del Caffè artistico letterario Apuano, con cui ha organizzato molti eventi culturali. Queste e tante altre le sue collaborazioni in ambito artistico. Questo e tanto altro ci sarebbe da dire. Adesso cercheremo di sapere qualcosa in più direttamente dalle parole dell’autrice.

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Com’è nato l’amore per la poesia? Quando e come è entrata nella tua vita?

L’amore per la poesia è nato per gioco in terza media, scrivendo filastrocche per bambini; queste filastrocche non le ho mai fatte leggere a nessuno – e credo che nessuno le leggerà mai! – infatti sono nascoste in un cassetto. Questo amore non aveva ancora una identità, era ancora in fase germinale. Si è sviluppato dopo la fine delle superiori come atto di ribellione alla realtà. Avvertivo la realtà intorno a me come tremolante, smodata, non mi piaceva nulla, né di me né del mondo che mi circondava. Così scrivevo di getto, oltre ad un diario, poesie. Le poesie sono diventate per me un atto di esorcismo della realtà così com’era. L’atto poetico si è poi spento per quasi dieci anni, non ero più interessata a scrivere, non ne sentivo la necessità. Nel 2014 quasi per caso partecipai ad un incontro di poesie al Circolo La Luce di Avenza (Carrara) e da lì è scoccata di nuovo la scintilla amorosa per la poesia.

Benedetta CardoneCi vuoi parlare della tua raccolta poetica “Bamboline di carta” del Circolo di poesie La Luce? Come mai questo titolo? Ci vuoi parlare di questo circolo?

Il Centro Culturale La Luce nasce l’11 Febbraio del 2000 grazie alla passione e all’amore di un piccolo gruppo di persone nei riguardi delle varie espressioni dell’Arte e in particolare la Pittura e la Letteratura. Sotto questa spinta emotiva sono nati “I Venerdì della Luce” curati dai professori Antonio Crudeli e Franco Pezzica. Con il passare degli anni e il cambio di sede queste serate sono diventate “Incontri di Poesia”, guidati fin dall’inizio dal professore Antonio Crudeli e poi organizzati da me. Nel corso degli anni gli aspiranti poeti del gruppo hanno avuto l’opportunità di confrontarsi, criticarsi e crescere fino a diventare un gruppo di amici pronti a condividere un intenso amore per la poesia. Nel 2017 il gruppo ha preso la decisione di creare una collana di raccolte individuali di poesie per poter offrire a tutti una serie di libricini a testimonianza dell’impegno e la volontà di ognuno nello scrivere qualcosa che possa essere uno specchio del proprio io nelle più svariate forme e sfaccettature. Nasce così la collana di poesie del circolo di cui fa parte anche il mio libricino “Bamboline di carta”. Il titolo riprende il verso di una poesia che amo molto, mentre in copertina c’è una illustrazione di Oriana Fallaci, eseguita a matita da mia sorella Marcella Cardone intitolata “Libertà di scegliere”. Ho scelto Oriana Fallaci in quanto donna forte, libera, coraggiosa e combattiva, diciamo anche un personaggio scomodo per certi ambienti intellettuali.

Hai mai scritto in prosa? Quale linguaggio senti più tuo?

Ho cominciato da poco con gli haibun. Gli haibun sono un genere letterario giapponese che ha origini antiche e unisce la prosa e la poesia. Mi interesso alla poesia giapponese da qualche anno, inizialmente con gli haiku poi il mio interesse si è esteso anche ad altre forme poetiche come il tanka e il senryu e ultimamente gli haibun. L’haiku tradizionale giapponese ha radici antichissime ed è molto strutturato seguendo precise regole metriche e sintattiche: ha 17 sillabe suddivise in tre versi di 5/7/5 sillabe ciascuno, niente punteggiatura, solo tempo indicativo presente, kigo cioè riferimento stagionale, stacco chiamato kireji cioè un ribaltamento concettuale o semantico nel componimento. Per quanto concerne l’haibun sembra sia stato utilizzato inizialmente dal poeta giapponese Matsuo Basho nel 1690, come accennato si tratta di un genere letterario che unisce prosa e poesia. Una raccolta di haibun di Basho si trova nel volume “L’angusto sentiero del Nord”. La scrittura di haibun fu poi ripresa da altri poeti giapponesi come Issa Kobayashi, Masaoka Shiki e Yosa Buson. L’haibun è quindi una narrazione divisa in più paragrafi intervallate da haiku che sono in relazione diretta con essa e che, in un certo modo, la completano.

Il linguaggio che sento più mio è quello poetico, sia esso nella forma della forma occidentale sia esso l’haiku giapponese.

Collaborare con altri artisti fa parte della tua indole e del tuo modo di intendere la letteratura. Ce ne vuoi parlare?

La collaborazione con altri artisti è cominciata all’interno del circolo La Luce estendendosi con la creazione del gruppo del Caffè Artistico Letterario Apuano. Collaborare con altri artisti mi ha dato l’opportunità di confrontarmi, criticarmi e crescere. È sempre un’esperienza stimolante e un arricchimento personale in quanto ogni artista ha una sua visione dell’Arte (scritto volutamente con la ‘A’ maiuscola) e dell’essere artisti.

Oltre che un’artista, cosa fai nella vita? Nella società di oggi che ruolo credi abbia lo scrivere poesie?

Nella vita lavoro come impiegata presso uno studio di consulenza a Pisa, ahimè! vita da pendolare. La poesia è una forma di comunicazione emotiva ed evocativa dei sentimenti o dello stato d’animo di una persona. L’autore vuole comunicare qualcosa, un messaggio, una morale, un grido, utilizzando un linguaggio non convenzionale, cercando e sviluppando un “suo stile”. Ma il mondo è pronto ad accogliere la poesia? In una società che si nutre di immagini, che cannibalizza l’attenzione del pubblico in fotogrammi, il poeta può sentirsi anacronistico, non sufficientemente veloce e scattante come richiede la modernità. Nonostante ciò, questo non ha ostacolato il mio cammino interiore di scoperta e di sperimentazione di nuovi linguaggi e modi di espressione.

Devi a qualcuno la nascita di questa passione, un tuo caro o anche un avvenimento della tua vita?

Non c’è un episodio o un avvenimento particolare che io ricordi da cui sia scaturito l’interesse per la poesia. Devo invece ringraziare una mia amica poetessa per la scoperta degli haiku e della poesia giapponese in generale. Inizialmente le mie poesie erano per la maggior parte molto brevi, pochi versi in cui cercavo di concentrare miriadi di significati. Mi suggerì di lanciare una sfida a me stessa: scrivere un haiku. Fino ad allora io non sapevo cosa fossero, non ne avevo mai sentito parlare. Cominciai così a documentarmi attraverso qualche libro, su internet, Facebook e addentrandomi sempre più nella lettura degli haiku ne rimasi totalmente affascinata.

Hai partecipato a tanti eventi e progetti culturali, anche come organizzatrice. Uno di questi lo ricordi in particolare? E come mai?

Gli eventi che ricordo maggiormente sono le serate organizzate dal Caffè Artistico Letterario Apuano all’Hotel Eden del Cinquale (Massa) nell’estate del 2016. Sul palco dell’Hotel si sono avvicendati scrittori, giornalisti, poeti, fotografi, comici, ballerini, scultori, poeti che hanno illustrato al copioso pubblico di quelle serate la loro arte. Nonostante la stanchezza dovuta al fatto che si sono succedute al ritmo di una a settimana per 6 settimane consecutive, in giorni lavorativi, mi hanno dato una straordinaria energia. Avevamo fatto un ottimo lavoro! Il pubblico era soddisfatto.

Parlando della poesia ricordi un tuo verso a memoria? E perché proprio questo verso?

Potrei citare vari versi di differenti poesie ma se dovessi scegliere opterei per questo: “dispersa nell’aria brulicante attendo una nuova forma”. Il verso rappresenta la frammentarietà del corpo e della mente determinata dai condizionamenti sociali, dai pregiudizi a dai giudizi altrui. Riusciremo mai ad essere veramente noi stessi, ad essere interi con una “nuova forma”?

Una poesia o uno scritto di altri autori che ami?

Una poesia che mi è molto cara e che sento mia è “Forse un mattino andando in un’aria di vetro” di Eugenio Montale. Anche se non ci si pensa o magari si fa finta di niente come se con ci riguardasse perché ci sentiamo immortali, l’impermanenza delle cose, di tutto ciò che ci circonda, è sempre lì pronta a riemergere e a scavalcarci.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Beh, ho tante idee e poco tempo a disposizione per coltivarle tutte! Senza svelare troppo del futuro posso dire che oltre allo studio e alla scrittura degli haibun, sto preparando una nuova raccolta di poesie e una di haiku in italiano abbinati a delle fotografie.

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