Vocazione

Andato in scena il 14 giugno 2019 al Teatro Verdi di Salerno

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Vocazioneideazione e regia Danio Manfredini

con Danio Manfredini e Vincenzo Del Prete

assistente alla regia Vincenzo Del Prete

progetto musicale Danio Manfredini, Cristina Pavarotti, Massimo Neri

disegno luci Lucia Manghi, Luigi Biondi

collaborazione ai video Stefano Muti

sarta Nuvia Valestri

produzione La Corte Ospitale

Presentato da Salerno Letteratura e Mutaverso Teatro in collaborazione con Associazione Culturale Erre Teatro e a cura di Vincenzo Albano.

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C’è attesa per questo spettacolo che fa da apertura alla settima edizione del Festival Salerno Letteratura. Giovani affollano l’atrio ed un vociare scanzonato si addensa nell’aria. Entrano in platea e con la ricerca del loro posto numerato inteneriscono gli avvezzi e consumati frequentatori del Massimo Cittadino. Come onde si muovono tra le file di spettatori già seduti e dalle loro parole si comprende che sono allievi di scuole di teatro, convinti dai loro insegnanti a comprare il biglietto per vedere lo spettacolo e forse alcuni entrano per la prima volta a teatro. Buona prassi da rendere frequente in un paese in cui tutti scrivono e pochi leggono e tutti vogliono fare gli attori senza fare al contempo gli spettatori.

Il Teatro Verdi, prezioso gioiello della città, ospita generoso sulle sue tavole di legno la sfaccettata composizione di brani cuciti a sua misura da Danio Manfredini.

Vocazione è il viaggio di un artista di teatro nelle sue paure, desideri e consapevolezze legati alla pratica del suo mestiere.

“Mi apro ad un percorso di lavoro che verte sul tema dell’artista di teatro.

Metto a fuoco questo soggetto in un momento in cui sembra inutile, non necessario, occuparsi di quest’arte e di conseguenza dell’attore-autore-regista teatrale, figura che sembra in disuso. Fosse anche, come si dice, che il teatro è destinato a sparire, sarebbe comunque un privilegio dare luce al tramonto” . – Così Danio Manfredini

Un velatino sul fondo tratteggia una figura che si muove lenta sulle note della famosa aria “Vesti la giubba” da “Pagliacci” di Leoncavallo.

Appare all’inizio una figura incappottata con un berretto ben calato in testa incedere lenta. Il passo malfermo fa pensare ad un uomo in età avanzata che infatti racconta con frasi smozzicate di una lunga e sofferta pausa nella sua carriera di attore. Da ben trent’anni non recita il suo Lear, nascosto presso casa della sorella a dedicarsi all’orto, per motivi probabilmente di opportunità politiche.

Nessuna scenografia, solo sedie davanti alle quinte di mezzo, quasi a delimitare un ring dove una persona rincorre le sue personalità per affrontarle senza esclusione di colpi.

Come un totem in continuo mutamento, l’attore si fa scenografia in scena, con i suoi costumi, le sue parrucche, le maschere che non solo nascondono ma confondono e nell’alterazione dei lineamenti accentuano i contorni del personaggio.

Le sedie sono di scena perché all’occorrenza servono da sedute ma principalmente assolvono alla funzione accogliente di cataste di vestiti ed oggetti. Ci si cambia in scena, tutto è mostrato, lo svelamento è totale, quasi disincarnandosi l’attore si offre al suo pubblico in attesa di un evidente riscatto che forse non arriverà. Basta così poco per entrare ed uscire da situazioni con azioni semplici. Tutto sembra facile e semplice ma l’arte dell’attore è appunto grande nel nascondere la difficoltà della finzione.

Certamente non è nuova l’introspezione artistica di una attore posto di fronte a se stesso, dinanzi ad un metaforico e virtuale specchio in cui sdoppiarsi e moltiplicarsi all’infinito. Gioco di divertimento e di approfondimento di tecniche che può sconfinare in un gioco al massacro.

Il perché di una ricerca si perde nei meandri nella storiografia teatrale, densa e pregna di testi in cui l’attore è protagonista non soltanto nel ruolo ma soprattutto nella difficoltà di ritrovare un’identità di intima essenza nella molteplicità di generi e di situazioni.

L’attore non ha sesso? Problematica spinosa di difficile risposta, a meno che non si voglia banalizzare con luoghi comuni di superficiale portata.

Il finale è affidato ad una figura di trans, in minigonna di piume, tacchi alti e alette rosse d’angelo che lentamente esce di scena lanciando baci al pubblico per ringraziarlo, come a dire che, senza il suo sostegno, questa esistenza d’attore e uomo sarebbe stata di gran lunga più sofferta.

Certo le maschere aiutano! Da sempre l’individuo ha gestito meglio la sua libertà approfittando di una velleitaria copertura sia fisica che intellettuale, ma la ricerca non ha ancora detto la parola fine alla sua indagine e pertanto con ogni legittima valenza Danio Manfredini presenta il risultato della sua personale riflessione. Ottima prova d’attore, che si avvantaggia della presenza di un compagno di scena valido e poliedrico quale si mostra Vincenzo Del Prete.

Applausi convinti hanno salutato gli attori.

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