Orange is the new black

La serie di Jenji Kohan, a tratti divertente, a tratti drammatica, incentrata sulla realtà del carcere femminile negli Stati Uniti. In esclusiva su Netflix

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Orange is the new blackQual è il vostro primo pensiero quando vedete una persona caduta in disgrazia che arriva a dover chiedere l’elemosina per strada? Sono certa che tutti noi, presto o tardi, vedendo una scena di questo genere, ci poniamo una delle domande più terrificanti ovvero come sia possibile ridursi a non avere più nulla nella vita. E quando dico ‘nulla’ non intendo solo dire economicamente, ma anche niente famiglia, niente amici, niente futuro. Pensate a quanto sia terribile rendersi conto di essere soli al mondo, con un marciapiede per materasso e l’indifferenza degli sconosciuti.

Adesso unite questa riflessione alla rivoluzione lanciata dalla serie “Breaking Bad”. Prima del suo avvento i protagonisti che avevano comportamenti amorali o sbagliati erano semplicemente “i cattivi”, ma questa serie si sofferma volutamente ad indagare sul passato, e quindi sulle motivazioni e sul percorso, che ci spiega come mai una persona che compie gesti orribili arriva a farlo. Per la prima volta si empatizza, si pareggia quasi, per questo esempio negativo. Unite la solitudine del primo ragionamento e la voglia di indagare i “perché” che spingono le persone a fare alcune scelte ed avrete il sostrato che ha portato alla nascita di “Orange is the new black”.

Questa serie parla delle vicende che si svolgono in un carcere di massima sicurezza femminile negli Stati Uniti.  Preparatevi perché ci saranno pochissime presenze maschili, e solo in pochi entreranno nelle vostre grazie. Ci troveremo all’interno di un mondo quasi totalmente popolato da donne. La serie tratta anche il tema dell’omosessualità femminile, ma non se ne vuole mai approfittare per fare ascolti, intende solamente presentare anche questa realtà e lo riesce a fare in tante sfumature diverse: qualche volta è vero amore, altre è un passatempo per divertirsi.

Orange is the new blackLa scelta è davvero efficace perché il genere femminile non è solo capace di cattiverie, dicerie ed invidia, ma anche di profonda solidarietà nonostante la miseria di emozioni e di speranza che si prova dietro le sbarre. Le storie delle nostre protagoniste sono state create con grande cura per aiutarci ad osservare ed individuare un preciso profilo psicologico che ci fa comprendere come mai hanno fatto quello che hanno fatto. Qualcuna è vittima di un’ingiustizia del sistema giuridico, qualcun’altra ha una malattia mentale importante che andrebbe curata, ma viene semplicemente dimenticata in funzione di ciò che ha commesso in passato. Qualcun’altra ancora è veramente una criminale incallita e, man mano che la si conosce, si tende a pensare che meriti di essere dove sta senza possibilità per noi di provare empatia per la sua condizione. Insomma troverete un po’ di tutto e per tutti i gusti.

Sia il dramma che la commedia si mescolano senza stuccare e vi aiutano a definire le singole detenute. Tuttavia, al di là della conoscenza che si fa con ognuna di loro, ho apprezzato molto quando gli episodi hanno tentato di mettere in luce problemi importanti, questioni morali delicate, che invogliano a porsi domande scomode come ad esempio: “È giusto limitarsi a punire una persona che ha sbagliato mettendola semplicemente in una cella? Nel momento in cui il sistema la mette dietro le sbarre ne è anche responsabile, e deve fare quindi il possibile per aiutarla a ritornare un membro civilizzato della società? D’altronde chi non viene reinserito correttamente tenderà a delinquere nuovamente, perché è l’unico modo che conosce per sopravvivere, quindi che fare?”. Domande scottanti non è vero? Soprattutto perché i detenuti sono individui particolari, perdono i propri diritti giuridici, ma sono pur sempre esseri umani. Per questo non è facile capire come punire un reato e riabilitare la persona al tempo stesso. Vi sembrerà di avere davanti un controsenso senza soluzione.

In particolare il tema relativo a “cosa fare dopo la prigione”, che è particolarmente presente in questa serie, mi ricorda il discorso che il personaggio di Red (interpretato da Morgan Freeman) fa agli altri detenuti nel film “Le ali della libertà”. Gli spiega che le mura della prigione sono strane: all’inizio le odi, poi ti ci abitui e poi non puoi più farne a meno. È così che diventi “istituzionalizzato”.

Penso, infatti, che non sia un caso che una delle protagoniste di “Orange is the new black” si faccia chiamare appunto “Red”, quasi fosse un tributo al capolavoro di Frank Darabont (che vi ho sopracitato).

In poche parole questa produzione non è per tutti i palati, ma se state pensando di iniziare una serie lunga, con un buon bilancio tra commedia e dramma, allora “Orange is the new black” potrebbe fare al caso vostro.

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Crediti:

Ideatore Jenji Kohan

Interpreti e personaggi:

  • Taylor Schilling: Piper Chapman
  • Laura Prepon: Alex Vause
  • Michael Harney: Sam Healy
  • Michelle Hurst: Claudette Pelage
  • Jason Biggs: Larry Bloom
  • Kate Mulgrew: Galina “Red” Reznikov
  • Uzo Aduba: Suzanne “Occhi Pazzi” Warren
  • Danielle Brooks: Tasha “Taystee” Jefferson
  • Natasha Lyonne: Nicky Nichols
  • Taryn Manning: Tiffany “Pennsatucky” Doggett
  • Selenis Leyva: Gloria Mendoza
  • Adrienne C. Moore: Cindy “Black Cindy” Hayes
  • Dascha Polanco: Dayanara “Daya” Diaz
  • Nick Sandow: Joe Caputo
  • Yael Stone: Lorna Morello
  • Samira Wiley: Poussey Washington
  • Jackie Cruz: Marisol “Flaca” Gonzales
  • Lea DeLaria: Carrie “Big Boo” Black
  • Elizabeth Rodriguez: Aleida Diaz
  • Jessica Pimentel: Maria Ruiz
  • Laura Gómez: Blanca Flores
  • Matt Peters: Joel Luschek
  • Dale Soules: Frieda Berlin
  • Alysia Reiner: Natalie “Fig” Figueroa

Casa di produzione Lionsgate Television

Distributore Infinity TV, Netflix

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