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“Di qua dall’infinito” di Michele Santeramo

In scena fino al 24 novembre 2019 al Teatro Era di Pontedera (PI)

Di qua dall’infinito
Foto di Nico Lopez Bruchi

Da dove viene l’ispirazione? Su cosa si costruisce l’abitudine alla scrittura? Dov’è che appare l’infinito, e per quale motivo, e come si trovano le parole per scriverlo?” (Michele Santeramo)

In occasione del bicentenario della stesura de “L’infinito” di Giacomo Leopardi, una delle poesie più lette, parafrasate e imparate a memoria della letteratura italiana, poesia-emblema che in appena quindici versi racchiude l’annosa questione dell’uomo di fronte all’indefinibile sentimento del tempo e al suo conseguente smarrimento rispetto all’inconciliabilità tra storia umana e infinità, diventa il pretesto o meglio il nocciolo da cui partire per una ricostruzione della traviata sensibilità contemporanea in una danza di improvvisazioni teatrali attorno al testo, girandole linguistiche e atmosfere rarefatte con stranianti incursioni elettroniche, avvalendosi delle musiche dal vivo di Sergio Altamura alla chitarra e Giorgio Vendola al contrabbasso.

Uno spettacolo quello del drammaturgo Michele Santeramo, che ha la grazia nonché l’ardire di contaminare l’alone aulico di una poesia come “L’infinito”, così intimamente connessa all’idea romantica del sublime, con la crudezza del racconto orale, con il vitalismo di un menestrello che gioca con la fantasia e l’accidentalità, che gravitano attorno a un poetare così proiettato invece in una dimensione universale e necessaria. Con cura e incredulità il cantastorie si stringe al poeta, ci avvicina con familiarità al suo misterioso comunicare, riesce a sfiorare l’infinità del genio dalla quotidiana amarezza o tenerezza di ciò che accade nella vita di tutti i giorni.

Sono affezionato ad una definizione sgrammaticata e approssimativa del poeta, che non so più se ho letto o inventato: il poeta è uno che quando senti qualcosa e non sai dirla, arriva lui e te la dice.” (Michele Santeramo)

infinitoLa musica, la voce e il teatro vanno a braccetto in questa danza senza spartito, che ha i piedi un po’ al di là della famosa siepe e un po’ al di qua, dove l’infinito fa capolino soltanto per frammenti, attimi di inaspettata estasi, momenti sospesi nella speranza o traballanti nelle delusioni dell’esistenza. Non era mai stato così prossimo questo infinito, se non nella corporeità che il teatro è capace di dare alle idee più sottili. Nuova vita, seppur sfumata dalle linee finite del palcoscenico, è stata data ad una poesia eterna come “L’infinito”. E così questa poesia e la sua vastità, letteraria e non solo, hanno travalicato i confini della parola per ritrovarsi nel luogo senza spazio e senza tempo del teatro, dove il pensiero si fa corpo e il corpo si fa pensiero, dove le emozioni naufragano nel mare senza forma della scena, che tutto accoglie come la vita. “L’infinito” di Leopardi viene riconosciuto come l’antidoto al terrore, alla frenesia e alla disumanità che, a volte o troppo spesso, contraddistinguono il mondo contemporaneo. Questa poesia, così conosciuta ma allo stesso modo collocata in una distanza abissale, fa da cornice remota al nostro tempo e alle sue inconciliabili contraddizioni. L’incomprensibilità della poesia nella distorsione del mondo odierno e dei suoi disvalori ci pone di fronte all’assurdità e all’insensatezza di vivere in un mondo che pare voler fare a meno della sua stessa intrinseca poeticità. In questo senso la poesia come il teatro diventano la manifestazione di quella follia o differenza necessaria, che si riconosce come sola sanità o rispecchiamento, come sola ricerca salvifica per la parte più interiore, dimenticata e sconosciuta di sé stessi.

———

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

Spazi di là da quella, e sovrumani

Silenzi, e profondissima quïete

Io nel pensier mi fingo, ove per poco

Il cor non si spaura. E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello

Infinito silenzio a questa voce

Vo comparando: e mi sovvien l’eterno,

E le morte stagioni, e la presente

E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s’annega il pensier mio:

E il naufragar m’è dolce in questo mare.

di e con Michele Santeramo musiche dal vivo di Sergio Altamura (chitarra) e Giorgio Vendola (contrabbasso) e la partecipazione di Fabio Facchini (iNUOVI) luci Monica Bosso suono Flavio Innocenti produzione Fondazione Teatro della Toscana sala piccola (Cieslak)

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