Le ultime lune

Andata in scena al Teatro Ghione di Roma

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Le ultime luneMalinconia e struggimento in un vecchio potrebbero risultare retorici ma, venati d’ironia, trasmutano in poesia.

La stanza in cui un anziano professore vive nella casa abitata dal figlio con la moglie e due bambini, è popolata di ricordi che la nostalgia rende tangibili. Gli fa compagnia il passato e, sulle ali della musica di Bach, egli conversa con la giovane moglie esternando riflessioni e timori.

Il tempo è sospeso, passato e presente coesistono, la lentezza della vecchiaia si mescola all’agilità della gioventù. La morte che aleggia, silenziosa, sembra sconfitta dalla vita garrula che balza fuori dall’album di fotografie e dai fumetti alle pareti.

Il vegliardo confida alla donna di aver deciso di trasferirsi nella residenza per anziani Villa Delizia poiché, fragile e solo, sente di essere inopportuno in un’abitazione che risuona di voci infantili. Rimasto vedovo, non è più riuscito a instaurare un colloquio emotivo con il figlio, riesce a trarre linfa soltanto dalla materializzazione nel suo immaginario della compagna di vita che gli fa percepire la felicità trascorsa. Perché da vecchi è impossibile essere felici.

L’arrivo del figlio evidenzia tutto il distacco che si è scavato tra loro, l’impossibilità di una sintonia comunicativa, venata di sarcasmi e incomprensioni.

Dopo l’intervallo, il sipario si apre su una disadorna soffitta della casa di riposo in cui un vaso di basilico rincorre un raggio di sole. Al crepuscolo, al vecchio non rimane più nulla, di vita e di affetti. La musica, l’album di fotografie, la piantina sono troppo vicini al cielo e la vita vola via in un soffio: “Io vorrei morire a Natale… con il grande albero illuminato in mezzo alla piazza… mentre la neve cade lenta su tutta Paperopoli… e io la guardo volteggiare nell’aria in compagnia di Qui e Quo, i miei due fratellini… e mi sento a casa, al caldo e al sicuro… con le zampe infilate nei miei scarponcini gialli e il copriorecchie a batuffolo che mi stringe delicatamente le tempie come la carezza di un figlio bambino…”.

Scritto dal triestino Furio Bordon, il testo ha vinto numerosi premi e, dopo il debutto nel 1995 con Marcello Mastroianni per la regia di Giulio Bosetti, è andato in scena in vari paesi.

Andrea Giordana si identifica con naturale sobrietà nell’anziano professore sospeso tra sogno e dignità che vuol dare un senso compiuto al suo esistere. Spontaneo e misurato, si racconta scaldandosi il cuore con i ricordi e la sfumata ironia di alcune battute.

Alla malinconica vecchiaia, Galatea Ranzi oppone la fresca leggerezza fisica della giovane moglie, mentre Luchino Giordana dà al figlio un’adeguata dimensione di disattenta indifferenza.

La regia di Daniele Salvo consente al protagonista di esprimere tutto il vigore drammaturgico di una condizione che trascolora dalla malinconia alla poesia. Scrive il regista: “Ormai altri giovani cantano altre canzoni e il vecchio è troppo lento, troppo stanco, troppo solo: inutile.  Ma la vecchiaia, al contrario, è un privilegio. Una pietra preziosa. È un momento della vita di un uomo in cui tutte le linee convergono verso un punto sospeso sul filo dell’orizzonte… L’inizio di un nuovo cammino. Coincide con la condizione del poeta. Essere poeti oggi dà scandalo. Il poeta non serve a nulla. Il poeta dà fastidio. È troppo ingenuo, troppo fragile, troppo vero. E soprattutto il poeta, come il vecchio, sa dire la verità. Il poeta attende paziente, siede su una panchina sul ciglio del torrente del tempo e guarda. Una foglia cadere, una gemma sbocciare, un bambino che sorride. Il poeta, come il vecchio, possiede la mappa del labirinto, crea un modello infantile dell’universo, di un universo fondato sin dalla tenera età nel nostro cuore, una specie di libro di testo per capire il mondo dal di dentro, dal suo lato migliore e più fulgido. Il poeta canta con la sua voce sempre più flebile ride tra i denti, ma mi accorgo che piange. È solo un uomo, o forse un vecchio. Ma il suo pianto conduce al futuro”.

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