Falstaff e il suo servo

Al Teatro Argentina di Roma fino al 12 gennaio

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Falstaff e il suo servo
Foto di Tommaso Le Pera

Grasso, goffo, godereccio, Falstaff vive su un piano di realtà tutta personale, dove incorre incessantemente nelle beffe che il mondo gli propina. A stigmatizzare le sue azioni il servo, che rappresenta la coscienza critica che tenta di convertire il giullare in gentiluomo.

Figura di connotazione beffarda, la sua vicenda umana e la morte ne delineano un contesto drammatico con venature malinconiche.

Come protagonista della commedia “Le allegre comari di Windsor” di Shakespeare, sir John Falstaff corteggia due ricche signore per carpire loro denaro all’insaputa dei mariti. Il subdolo raggiro viene smascherato, e il grasso crapulone è costretto a nascondersi in una cesta dei panni sporchi e poi a travestirsi da vecchia matrona velata, ma viene riconosciuto e sbeffeggiato.

Shakespeare lo inserisce anche tra i protagonisti dei drammi storici “Enrico IV” ed “Enrico V”, facendolo morire senza gloria per il dolore del ripudio da parte del re che credeva amico.

La drammaturgia di Nicola Fano e Antonio Calenda (che è anche il regista) condensa le disavventure di Falstaff in una messinscena burlesca dall’esito drammatico, in cui l’ottimismo e la ridondanza del protagonista vengono tenute a bada dal buon senso del servo, personaggio ideato per fungere da raccordo e accentuare la contrapposizione tra due diverse visioni del mondo: scelta e destino, lucidità e follia, furbizia e razionalità.

Fino all’ultima e tragica disavventura, vengono assemblate le vicende narrate dal Bardo con le comari di Windsor, l’Ostessa e i compagni di bevute Bardolph e Francis che lo isseranno sul cavallo dal quale cadrà miseramente secondo il piano ordito dal servo che, elegante e altero, sul proscenio addita e trama per ribaltare i ruoli.

Quanto straripante, vitale, grottesco ed eccessivo, imbracato in un gonfio abito sgargiante è Falstaff, tanto essenziale, misurato e austero nei modi e nell’abbigliamento nero è il servo, che assume anche il ruolo di Enrico V, regista di tutta la parabola umana del padrone e, a tratti, anche della rappresentazione scenica suggerendo alle allegre comari il tono e l’atteggiamento da assumere, in una continua contaminazione metateatrale tra i testi di Shakespeare e l’adattamento della messinscena, con allusioni all’opera lirica di Verdi e Boito e la citazione “Tutto il mondo è burla”.

A potenziare l’effetto di rappresentazione-collage di vari episodi è la mancanza di scenografia cosicché la contestualizzazione avviene solo tramite il racconto del servo narratore, i ricchi costumi (di Laura Giannisi) e alcuni attrezzi mobili come la cassapanca e il cavallo di legno da cui cadrà secondo il piano subdolo del servo, metafora dell’epico e ingannevole cavallo di Troia.

Mimetizzato sotto una sagoma strabordante e una fitta capigliatura bianca, Franco Branciaroli esprime tutto il suo estro, assecondando con magistrali modulazioni di voce le istrioniche avventure del suo personaggio, fino allo sberleffo finale in cui, caduto a terra moribondo, ammonisce il pubblico a farsi i fatti propri.

In una perfetta contrapposizione iconografica e caratteriale, Massimo De Francovich ha il tono colloquiale del subdolo e burlone servo, consapevole e razionale programmatore del destino del padrone.

Completano il cast Valentina Violo (Madame Page/Prostituta), Valentina D’Andrea (Madame Ford/Ostessa), Alessio Esposito (Sir Page/Baldorf) e Matteo Baronchelli (Sir Ford/Francis).

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