“Carmen” di Georges Bizet 

Andata in scena al Teatro della Fortuna di Fano (PU)

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Foto di Luigi Angelucci

Opéra-comique in quattro atti in lingua originale con sopratitoli in italiano.
Libretto di 
Henri Meilhac e Ludovic Halévy dalla novella omonima di Prosper Mérimée

La morte di Carmen, uccisa due volte: da Josè e dal regista.

Iniziare l’opera con il finale annulla il gusto della scoperta.

Il regista apre il sipario sul cadavere coperto di Carmen disteso sopra una pedana centrale transennata e su questa premessa delinea il clima dell’opera, che è presentata priva di colore, di ardore, di passione, di luce.

La presenza della pedana per tutta la prima parte relega ai margini le masse corali e impedisce ai bambini di “marcher à tête haute”. Tutti “fermi ed immobili, come le statue”, in fondo o ai lati del palcoscenico o su due alte finestre laterali (questo delle finestre non è male). Il regista annulla il colore spagnolo, le atmosfere gitane, elimina le danze di seduzione di Carmen, le nacchere, i fiori, il vigore delle sigaraie che escono da una porta laterale con calma, l’entusiasmo dei militari che le attendono impalati attorno alle transenne. Tutto è flemmatico e senza brividi.

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Foto di Luigi Angelucci

La cappa funerea cala sulla scena, scura, tetra, annebbiata con l’uso del velatino, sì da rendere difficile la visibilità degli ambienti e delle figure. Non si vede o non si capisce se e quando Carmen lancia il fiore a Josè, se lui le allenta i nodi per permetterle di fuggire; la taverna di Lillas Pastia è un po’ confusa e Carmen non danza sopra i tavoli, ma canta appoggiata al muro e un’altra prova a fare qualche mossa di danza, lei dice che danzerà per lui invece apparecchia; la scena delle carte, ancor più buia, non ha nulla di drammatico, non si capisce chi canta se non si conosce l’opera, e una scena così forte passa indifferente senza un minimo applauso.
Invece della montagna c’è un grande magazzino, naturalmente poco illuminato, come nascondiglio dei contrabbandieri.

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Foto di Luigi Angelucci

Nel Finale c’è un coro nero raggruppato con mascherina bianca in mano e i due protagonisti reggono una marionetta.
Gli abiti sono vintage e spenti, lontani dalla foggia spagnola. La protagonista ha prima un vestitino leggero corto, uno spolverino bianco e stivali rossi, poi un abito scuro e un velo nero in testa; Micaela ha un tailleur incolore, le sigaraie son vestite di bianco come le infermiere, Josè e Zuniga indossano un impermeabile.

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Foto di Luigi Angelucci

Regia Paul-Émile Fourny, Scene Benito Leonori, Costumi Giovanna Fiorentini, Luci Patrick Méeüs.

Se a Carmen si toglie il tipico colore spagnolo, deve avere interpreti eccezionali. Invece…

Mireille Lebel è una bella ragazza, ma in penombra non si nota, ha una buona estensione vocale, ma le note arie, Habanera e Seguidille, non hanno nulla di seducente o di stuzzicante nella voce e nel gesto, non sono emerse particolari capacità drammatiche e neanche la sensualità; il colore mezzosopranile è adatto al ruolo, ma lei sussurra, gonfia i suoni e alla fine perde la fermezza.

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Foto di Luigi Angelucci

Il tenore Enrico Casari (Don Josè) ha voce corta e poco ferma, ingolata in acuto, col rischio sfiorato di spezzarsi. Canta La fleur col fil di voce tremolante, esplosione acuta e filatino in falsetto.

Anna Bordignon (Micaëla) è un sopranino che gestisce meglio la tessitura acuta e in quella grave affievolisce i suoni.

Sergio Foresti (Escamillo) ha buona voce di baritono, Giacomo Medici (Morales) ha un mezzo vocale di medio calibro, Andrea Tabili (Zuniga) è un basso dalla voce roboante da raffinare. Corretti Le Dancaïre di Tommaso Caramia, Le Remendado di Vasyl Solodkyy, la Frasquita di Margherita Hibel e la Mercédès di Martina Rinaldi.

I Pueri Cantores “D. Zamberletti” di Macerata cantano con sicurezza, ma hanno voci non impostate, maestro del coro di voci bianche Gian Luca Paolucci.

Il Coro del Teatro della Fortuna di Fano ha avuto tempi migliori, maestro del coro Mirca Rosciani.

La cappa scende anche sull’Orchestra Sinfonica G. Rossini, inizialmente senza elettricità, poi spesso pesante, si salvano fortunatamente gli intermezzi per orchestra sola, Intermezzo dell’Atto primo, Intermezzo Andantino quasi allegretto dell’Atto secondo, Intermezzo Allegro vivo dell’Atto terzo, dove il suono si addolcisce, il colore si definisce e il ricamo orchestrale si impreziosisce sotto il gesto rotondo della direttrice Beatrice Venezi.

Nuovo allestimento in coproduzione con la Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi, l’Opéra-Théâtre de Metz Métropole, l’Opéra de Massy, l’Opéra de Reims et Centre lyrique Clermont Auvergne.

 

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