Intervista a Marco Giorgetti

Il Direttore Generale della Fondazione Teatro della Toscana risponde ad alcune domande sulla emergenza sanitaria che stiamo vivendo e sulla relativa chiusura dei teatri

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Marco Giorgetti
Foto di Filippo Manzini

Fiorentino, allievo di Orazio Costa, è entrato a lavorare alla Pergola nel 1995 e da 5 anni è Direttore Generale della Fondazione Teatro della Toscana, che riunisce il Teatro della Pergola e il Teatro Niccolini di Firenze, il Teatro Studio Mila Pieralli di Scandicci (FI) e il Teatro Era di Pontedera (PI). In questo momento difficile vuole ringraziare a nome della Fondazione il pubblico, che si è dimostrato vicino e solidale.

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L’emergenza sanitaria ha imposto che i sipari restino chiusi più del normale: una misura necessaria ma pesante per il mondo del teatro

Certamente pesante, ma si sta anche rivelando per noi un’occasione di riflessione. In questo momento molto critico la cosa più importante è il segnale che ci sta dando il nostro pubblico: stiamo ricevendo tantissime lettere e messaggi che esprimono la voglia di ricominciare il prima possibile, di tornare a teatro. Soprattutto è bellissimo come molti ci stiano annunciando di voler rinunciare al rimborso degli spettacoli che sono saltati, volendo così dare il loro contributo che è, non lo nascondo, fondamentale per noi, perché ci evita una perdita in bilancio. Ed è un segnale per me importantissimo.

Come ha reagito la Fondazione alla chiusura e alla grande manifestazione d’affetto del pubblico?

Abbiamo aperto il canale web Firenze Tv (su YouTube in diretta e in differita, ma anche sulle pagine Facebook, Instagram, Twitter della Pergola e attraverso i podcast a cui lavorano iNuovi, ndr) nel quale proponiamo registrazioni appositamente create da grandi artisti, a cominciare dal nostro direttore artistico Stefano Accorsi, e poi Glauco Mauri, Gabriele Lavia, Vinicio Marchioni, Alessio Boni, Gianfelice Imparato, Maurizio Lombardi, tantissimi artisti che propongono registrazioni inedite ogni sera alle 20.45, il consueto orario dei nostri spettacoli. Quest’invenzione del nostro presidente e assessore Tommaso Sacchi ci sta dando grandissimi risultati in termini di partecipazione degli artisti e di visualizzazioni. Il progetto è nato anche come luogo di raccolta e di partecipazione di tutti i soggetti teatrali che operano sul territorio: altre realtà e compagnie dell’aria metropolitana fiorentina stanno producendo lavori loro che proporremo sul canale Firenze Tv.

Il vostro intento è di mantenere vivi i teatri anche col portone chiuso

Sì, cerchiamo di mantenere viva l’attenzione e il rapporto con il nostro pubblico o con i curiosi. Un altro piccolo esempio è la rubrica Pergola in pillole: stiamo cercando di fare di questo momento un’occasione di incontro e di conoscenza del nostro lavoro. L’altro aspetto naturalmente è la salvaguardia di tutte le nostre strutture, dalle più antiche come la Pergola a quelle più moderne come il Teatro Era di Pontedera. Il presidio di questi luoghi è fondamentale perché siano pronti al momento opportuno a riaprire e ricominciare l’attività.

Quali sono i rischi della chiusura prolungata e quali le prospettive per il futuro?

Il governo e il Mibact stanno lavorando per degli aiuti straordinari che potrebbero essere la salvezza di questo settore. Chiaramente senza attività si creano gravi difficoltà di bilancio e tutte le strutture teatrali devono fare in modo di non creare buchi, quindi quest’aiuto straordinario è molto importante e in questi giorni sapremo come si concretizzerà e con quali cifre. Per il futuro, ipotizzando che questa straordinarietà possa andare avanti almeno per tutto aprile, ci stiamo convincendo che per superare la crisi è meglio riaprire alla grande a settembre, anticipando un po’ la nostra solita apertura, e fare delle bellissime proposte al pubblico al rientro dall’estate. Questo è quello a cui stiamo lavorando per superare la crisi e credo che sia l’unico modo: resistere adesso, contare sull’aiuto del ministero e poi riaprire quanto prima. Questo naturalmente dipende da quando finirà l’emergenza, soprattutto perché le compagnie hanno bisogno di tempo per lavorare insieme. Il teatro richiede una grande preparazione, non si fa dall’oggi al domani, per cui avremo bisogno di tempo prima che le cose riprendano a pieno regime.

Maurizio Lombardi nel suo inedito Time to die, che ha scritto e interpretato per Firenze TV, dice che “il tempo si sconfigge solo con la poesia”. Come consiglia di impiegare questo tempo agli spettatori in astinenza da teatro?

Poesia, poesia, poesia come diceva Orazio Costa, il nostro grande maestro su cui abbiamo rifondato questo teatro. Ma poesia non significa L’aquilone di Giovanni Pascoli o L’infinito di Giacomo Leopardi, poesia significa spazio creativo che nasce dalla riflessione per ognuno. Poetare significa, in qualche maniera, creare qualcosa di proprio, che venga dall’anima. Può essere anche soltanto un gesto, non è detto che sia una serie di parole nella quale ci ritroviamo. Certo, se partiamo dalla lettura di una poesia come la si intende normalmente, troviamo sia gli spazi per la riflessione che per la nostra creatività, che deve però imparare a tornare in vita. Forse questo tempo ci sta insegnando questo: per troppo tempo avevamo chiuso la nostra fantasia, la nostra capacità di creare dentro dei ritmi assurdi. Oggi ritroviamo i nostri tempi, il nostro corpo, il nostro sentire. E le cose rinascono. Ripartiamo anche dalla lettura, sì.

Le parole d’ordine sue, del presidente Sacchi e del nuovo direttore artistico Accorsi sono state “Europa” e “giovani”. In questo momento di difficoltà l’apporto delle nuove generazioni e una visione più comunitaria dell’arte possono aiutare a risollevarci?

Assolutamente sì. “Europa”, però in questo termine deve stare la vita, l’Europa non dell’economia ma della cultura, che è un’altra cosa. È giusto pensare agli aiuti straordinari all’economia, ma se non ritroviamo nelle nostre diverse identità e nel dialogo tra loro il senso di questa parola, che è un senso culturale, non andremo da nessuna parte. È quello che stiamo facendo con il Théâtre de la Ville di Parigi, con il Lliure di Barcellona, la Fondazione Onassis di Atene. Il nostro lavoro di Fondazione Teatro della Toscana è proprio questo: cercare di declinare la parola Europa in tutte le sue sfaccettature e provare a renderla concreta. Attraverso i nostri giovani, questa è l’altro aspetto, attraverso coloro che da domani – non tra 10, 20, 30 anni, e questa crisi accelererà questo processo – da domani devono entrare in campo, perché soltanto nella loro capacità di visione e di rivoluzione sta il nostro futuro. Io ho 60 anni, posso semplicemente traghettare e passare un testimone. A maggior ragione queste parole hanno un senso in questa prospettiva.

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