Intervista a Saba Anglana

“Dopo che quest’onda dolorosa sarà passata, mi auguro che ci si ricordi del valore della musica, del teatro, del cinema, della letteratura e dell’arte in generale: tutto questo, insieme al lavoro dei medici e del personale sanitario, sta di fatto sorreggendo milioni di persone in ostaggio della paura e della sofferenza. Che nessuno si sogni più di dire che la cultura e la sanità siano da sacrificare con gli stessi tagli assassini che hanno subito per anni”.

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Saba Anglana
Foto di Enrico Carpegna

Saba Anglana trascorre i primi cinque anni della sua sua vita a Mogadiscio; poi il regime di Mohammed Siad Barre costringe la sua famiglia ad abbandonare il paese.

Vive e studia in Italia, dove fiorisce il suo straordinario talento artistico: attrice, doppiatrice, cantante e scrittrice, brilla in ogni sua forma espressiva come una fra le più rare stelle del nostro tempo.

Una fortuna e un privilegio è averla intervistata per voi.

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Saba Anglana, la sua voce è uno strumento potente, di prorompente comunicazione corporea e spirituale. Oserei dire che ha un’energia propulsiva straordinaria. Quali sono stati i suoi maestri guida nella complessa arte della modulazione vocale, nell’esercizio del suono e nella ricerca di un’armonica padronanza della sua forte capacità espressiva?

Non vorrei essere dissacrante, ma sono stati gli animali. Ho da molto presto avuto con la mia voce un approccio imitativo, ripercorrendo la traccia delle componenti periodiche nel suono che emettono i nostri amici, che sono grandi maestri nella capacità di veicolare in svariati e potenti modi espressivi il soffio che li anima. I loro versi sono come canti antichi, svincolati dall’articolazione, dalla parola. Senza scomodare San Francesco, io intraprendo avvincenti dialoghi con loro, dai gatti alle adorate caprette, senza dimenticare gli uccelli, a cui ogni cantante dovrebbe prestare grande attenzione per la tecnica stupefacente con cui dal loro piccolo corpo emettono suoni potentissimi. Paradossalmente, i versi degli animali li sento più spirituali, più legati a un’essenza che le nostre culture speculative hanno via via rischiato di smarrire separando la nostra voce dall’istinto. Se dovessi però indicare tra gli esseri umani chi più pienamente offre al mio immaginario materiale di ricerca e di approfondimento, direi senza dubbio Demetrio Stratos. Ho trovato la mostra del 2019 al Palazzo delle Esposizioni di Roma, che ha raccolto, oltre al suo lavoro, anche quello di Cathy Berberian e di Carmelo Bene, un condensato emozionante dei miei riferimenti. La pratica teatrale poi è di per sé una maestra imprescindibile per tutti: impari facendo. Il palcoscenico insegna ad amministrare movimento ed emissione vocale, potenza e consapevolezza, non ci sono tagli, si deve andare in fondo alla battuta, in fondo al vocalizzo, calibrare il fiato, farlo rendere al massimo, tenendo magari insieme lo sforzo e la grazia. Ecco che il controllo sul proprio strumento diventa una questione fondamentale, di vita o morte… performativa, s’intende.

Quali sono i suoi canti dell’infanzia?

Erano cantilene ipnotiche, le conte dei bambini, in cui il suono era, ancora una volta, più importante della parola, perché cantate in lingue africane che ho dimenticato o mai imparato abbastanza. C’è però un ricordo che più di altri ha forse segnato il mio immaginario: nella Mogadiscio prima della guerra civile, alle tre del pomeriggio, faceva talmente caldo che tutto si fermava. Ma anche il silenzio era sinfonico, una vibrazione invisibile che dialogava con il vuoto. Quindi non c’era verso di addormentarsi, la sospensione assomigliava ad un’attesa: poi, in quel silenzio, arrivavano le voci dalla vicina scuola coranica, attraenti e a dire il vero un poco inquietanti come sanno essere certe linee melodiche di richiamo alla preghiera. Piano piano si annidavano come scarabei lucenti nelle pieghe del sonno. Così hanno forse per sempre abitato i miei sogni, tanto che nel suono delle voci mi interessa soprattutto un legame con l’assoluto, una spinta verso dimensioni altre, più profonde, che emanano “presenza” ma che poi, di fatto, trascendono il presente.

Quando ritorna col pensiero ai luoghi del ricordo, quali sono le immagini familiari, le credenze, le cure e le tradizioni che sente, in qualche modo, alla base della sua crescita personale e artistica?

I racconti legati al luogo in cui sono nata. Si trasformano immediatamente in ricordi indotti. In fondo non fa differenza che siano reali o indotte queste memorie, sono ugualmente nutrimento per l’immaginario, sono ganci potentissimi. C’è spesso una radice acustica alla loro base, i ricordi arrivano con i suoni: per esempio, mia madre mi raccontò quando ero ancora bambina che durante Stafurò, la stagione dei monsoni, il vento aveva l’abitudine di soffiare molto forte contro le case di Mogadiscio. S’infilava nelle finestre di pietra attraverso cui i muri dialogavano con il cielo e quando ne usciva produceva un suono terribile, simile a quello delle grosse conchiglie che anticamente si usavano in Somalia, soprattutto sulla costa: soffiandoci dentro si dava il segnale di pericolo. Mia mamma per spiegarmi meglio unì le mani a conca, chiudendole poi a formare una camera d’aria, e ci soffiò dentro, usando come ancia naturale il piccolo spazio che formavano le nocche dei pollici affiancati. Le sue mani riproducevano una perfetta conchiglia. Da lì usciva un suono simile ad uno zufolo rudimentale: “ecco, così soffiava”, mi diceva dopo quella esibizione che le facevo ripetere molte volte. Poi aggiungeva che, per far smettere Stafurò di soffiare, i somali usavano offrire al mare il sangue dei capretti sgozzati in sacrificio. L’Oceano si tingeva di rosso. Quel racconto di suoni e colori fu una delle prime vere e proprie performance a cui abbia assistito.

Del suo viaggio terreno, costellato di molti luoghi, teatri, collaborazioni artistiche, cosa ha particolarmente a cuore e sente di voler raccontare in questa intervista? Cosa ha portato via con sé nel bagaglio della sua esperienza che sente di voler trasmettere e condividere?

Ricordo la prima volta che ho fatto risuonare la voce al Teatro antico di Taormina. E’ un luogo la cui enorme energia va canalizzata, altrimenti ti sovrasta, ti travolge passando dalla cavea al mare, rischia di spazzarti giù verso il golfo che è alle spalle del teatro. Ricordo di aver avuto la sensazione fisica di intercettare quella forza e di farla amica, di restituirla. Sono quei momenti in cui un artista sa che sta facendo bene, tutto va a posto, tutto scorre in modo naturale ma con una energia sovrannaturale. Una fortuna provare quelle emozioni. Qualcosa di simile l’ho provato lavorando con Marco Paolini, alla primissima prova aperta dello spettacolo sull’Odissea che abbiamo poi portato in tournée. Marco ha quel dono, quell’energia che viene da un altro mondo, è un marziano artigiano, un artista attento e meticoloso, la cui onestà e talento ti mettono davanti a prove fondamentali. Eravamo alla Malga Costa di Arte Sella, un luogo incantato in Trentino, museo a cielo aperto di opere di land art. Debuttavamo in una grande sala che un tempo era stalla, un ambiente sovrastato da un’opera suggestiva di Onishi Yasuaki. Avevo tra i diversi ruoli, anche la parte di Penelope, in dialogo finale con lui, Ulisse-Paolini. Tanto forte fu quel momento che le lacrime della mia Penelope scesero vere, erano le mie e quelle degli spettatori, in un crescendo emotivo che non ho mai più dimenticato. Tanto che ogni sera, per 132 repliche successive, tutte le volte, nella stessa scena, quelle lacrime sono arrivate puntualmente, sempre autentiche. La magia del teatro, dei marziani.

L’intera umanità sta attraversando un dramma di proporzioni inconcepibili. L’arte può essere un veicolo di elaborazione e trasformazione del dolore, secondo lei? Può essere cura e medicina, lavoro interno, meditazione o anche forma di resistenza, sublimazione?

Forse la “realtà” è come un grosso telo nero su cui proiettiamo pensieri, opinioni, visioni, azioni, stati d’animo. Ogni fatto può essere indagato e vissuto da diversi punti di vista. Mi viene in mente il libro “Esercizi di stile” dello scrittore francese Raymond Queneau che, attraverso l’artificio della parola, raccontava uno stesso avvenimento in un centinaio di versioni diverse, tanto che la storia sembrava cambiare i connotati fino ad uscire da se stessa. Usare il processo creativo è fornire una versione personale degli accadimenti, al punto di trasformarli. Si tratta di visione del mondo. Nemmeno i numeri sono “oggettivi”, hanno bisogno di un’interpretazione. Per cambiarne il valore basta cambiare il loro sistema di riferimento. Un disagio, imitando l’azione artistica, lo potremmo rivoluzionare. La biografia di molti artisti, malati o tormentati, lo racconta. Attenzione, ciò non vuol dire far sparire il dolore, ma attraversarlo governando la propria barca, stabilendo le regole del viaggio, conservando lo stupore e l’innamoramento per la vita, qualsiasi essa sia. Ecco a nostra disposizione uno strumento valido per uscire dalla schiavitù di una realtà narrata da altri. Anche in questo senso la creatività si offre in soccorso, come esercizio di una coscienza allargata. Dopo che quest’onda dolorosa sarà passata, mi auguro che ci si ricordi del valore della musica, del teatro, del cinema, della letteratura e dell’arte in generale: tutto questo, insieme al lavoro dei medici e del personale sanitario, sta di fatto sorreggendo milioni di persone in ostaggio della paura e della sofferenza. Che nessuno si sogni più di dire che la cultura e la sanità siano da sacrificare con gli stessi tagli assassini che hanno subito per anni.

Quali sono gli esercizi quotidiani per un atleta del palcoscenico come lei? Ci racconta il suo stile di vita?

Non mangio carne da anni, in tournée cerco di evitare latticini, farine e dolci. La mia dieta poco socio-compatibile spesso mette in difficoltà i miei compagni di tournée, ma i benefici sono fondamentali per me, specie quando c’è uno spettacolo da affrontare ogni sera. La mattina faccio ginnastica dolce, una miscela personale di esercizi di allungamento, respirazione e scioltezza. Cerco di camminare a lungo ogni giorno. Amo il cibo sano e gustoso, dedico molto tempo alla ricerca dei luoghi giusti, sono maniacalmente attenta alla qualità del tempo, delle relazioni, dell’aria e…del buon vino, bianco possibilmente.

Posso chiederle di lasciarci le parole di un canto antico, che conosce perché lungamente tramandato nel tempo?

Una ninna nanna vecchissima, in lingua somala, un canto che ho incluso nel mio primo disco. Mi hanno scritto in tanti, da molti paesi del mondo, perché, condiviso, questo canto è casa degli esuli, l’esempio di come, attraverso un suono, la diaspora somala possa sentirsi popolo unito, al di là dei confini e delle divisioni. Ecco la traduzione:

Huwaiahuwa, tua mamma ora non c’è,

ha raccolto le sue scarpe e ha cominciato

a camminare, a vagare in lungo e in largo.

Huwaiahuwa, la storia di noi uomini

ci porta con sé, spargendoci ovunque

come semi su questa terra.

Come immagina il futuro?

Non esiste il futuro. C’è solo la simultaneità di un presente che tiene tutto insieme e di cui c’è grande urgenza di occuparci. Tuttavia, stando al gioco della domanda, direi che non saprei dire con esattezza, perché l’atto di immaginare il futuro lo cambia automaticamente, ogni volta. Non è anche questo il potere trasfigurante dell’immaginazione?

Grazie.

Ines Arsì

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