Venezia 64. Biennale Musica /2: “…e se la contestazione fosse il futuro?”

Un viaggio in tre puntate nel 64. Festival Internazionale di Musica Contemporanea di Venezia

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Biennale Musica
Foto di Andrea Avezzù

01/10 Elogio del nuovo

Dovessi trovare un tema che contraddistingua il concerto del 1° ottobre al Teatro Piccolo dell’Arsenale, sarebbe sicuramente la ‘ricerca del nuovo’.

Nuovo non inteso solo come gioventù, rappresentata, dai bravissimi ragazzi dell’Ensemble Oktopus ma anche dalla costante ricerca di nuove formule compositive e nuove risultanti timbriche.

E proprio dai ragazzi usciti dalla Hochschule di Monaco affiancati da alcuni ospiti d’esperienza dell’Orchestra dello Stato Bavarese, ci immergiamo nelle diverse partiture di serata iniziando con i due brani d’apertura di Sofia Avramidou.

Un accostamento che ha permesso al pubblico di apprezzare l’evoluzione stilistica della compositrice che dal brano per clarinetto solo “When the wolf met Peter” del suo periodo di formazione a Roma, passa al lavoro per ensemble di “Occulto vocale”, dalla forte caratterizzazione ritmica e ripetitività di pattern strumentali.

Di grande valore la Ballata n.7 di Francesco Filidei, in prima italiana.

A partire da un sottile filo sonoro ad incipit e proseguendo con un lento e costante crescendo, l’autore cura magistralmente, come di sua consuetudine, l’effettistica dell’ensemble, creando una narrazione dai contrastanti sentimenti. Così fra la straniante desolazione nell’asprezza di timbri di fiati ed ottoni, il giro pagine degli strumentisti in partitura e l’utilizzo di un set di percussioni da far invidia a qualsiasi docente di conservatorio, il pubblico riesce agevolmente a seguire il filo drammaturgico del compositore che onora così il titolo preso dalla tradizione romantica.

L’utilizzo di materiale non convenzionale al fine musicale arriva al metafisico con l’utilizzo del metronomo pensato da Marcello Filotei nel brano In marcia seguendo le nuvole.

Qui, lo strumento per eccellenza del rigore d’esecuzione, diventa espediente compositivo, attoriale e ritmico e fin da subito delinea una rottura con l’immaginario che si ha del metronomo, finendo per diventare, attraverso l’uso di numerosi metronomi, un acceleratore temporale.

Nel duplice ruolo di direttrice di serata, compito eseguito al meglio, e di compositrice, Konstantia Gourzi sorprende in entrambi i brani presentati. Il primo Rezitativ Antigone è un esempio di quello che chiamerei Musica Blitzkrieg, e non solo per il canto in lingua tedesca del soprano Susanne Kapfer.

Un ingresso repentino, un flusso conflittuale fra voce e pianoforte continuo e poi, a conclusione di un brano dalla durata ridotta, un finale secco.

Totalmente contrapposti i sette frammenti di Wunde | Wunder che a partire dall’inizio percussivo del bravissimo Claudio Estay cattura il pubblico sia per l’estrema varietà di soluzioni sia per una drammaturgia continua e coinvolgente, non trascurando nel mezzo anche qualche citazione rivisitata come un estratto di Debussy allo xylophone.

E visto che un po’ di ‘scena’ non guasta, la conclusione da ‘libera tutti’, in cui ogni strumentista prende gli strumenti ed esce ordinatamente di scena, da quel tocco in più per un grande applauso finale.

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02/10 – …e contestazione fu!

Le contestazioni!

Manna dal cielo per i giornalisti e i critici musicali che possono dedicarsi ad una cronaca degli avvenimenti, elemento di racconto per il pubblico che potrà vantarsi di esserci stato e desiderio insperato dei compositori che potranno così avvicinarsi ai grandi del passato che subirono contestazioni alle prime delle loro opere (Stravinskij, Bartok…scegliete voi chi).

Salvo quelle prese di posizioni quasi da ultras che a priori fischiano un cantante o un direttore d’opera solo perché non rispetterebbe la tradizione o perché non si è dimostrato ‘amico’ nell’elargire biglietti gratuiti, le contestazioni in musica sono diventate rare.

Il pubblico applaude a prescindere anche davanti a cose che possono sembrare ignobili.

Quest’ultimo concetto, per lo meno, è la tesi con cui il non-anonimo contestatore di serata ha arringato la folla che a sua volta, in un crescendo felliniano, ha replicato a quelle urla di vergogna e di omertà.

Ma riavvolgiamo il nastro.

Già negli ultimi minuti del brano per voce, ensemble ed elettronica di Giovanni Verrando una voce si era levata dal pubblico, chiedendo a gran voce di interrompere la performance. Solo la faccia stupefatta degli esecutori che con gran forza hanno portato il brano a termine, ha permesso i più attenti che quello non fosse una scelta compositiva del brano, raggiungendo quel punto di assurdità per cui in una performance di contemporanea non si capisce cosa faccia effettivamente parte dello show.

Solo quanto il 73enne (ma per sapere chi fosse dovrete attendere il terzo articolo) ha preso possesso del palco e del microfono, a brano ormai concluso, si è capito che di contestazione si trattasse.

Sorprendente come la forza di questa contestazione sia rimasta argomento di conversazione non solo durante l’intervallo e a fine concerto ma anche nei giorni successivi in una continua richiesta di dettagli e racconti a beneficio degli assenti. Magari fosse lo stesso per i brani che vengono eseguiti in programma!

Ma il brano meritava una così aspra contestazione?

Penso di no.

Instrumental Freak Show – A Manifesto on Diversity si è caratterizzato per una ricerca particolare non solo dei suoni strumentali ma anche per una precisione nella scrittura complessiva del pezzo che fa delle interazioni fra il bravo soprano Giulia Zaniboni e l’ausilio video, un meccanismo da provare e riprovare.

Questo enorme sforzo compositivo si è perso, però, all’interno di una ricerca intrinseca di complicazione.

Il brano è una marea in cui lo spettatore, inconsapevole, viene lasciato in balia del pensiero del compositore, a partire dalle ricerche timbriche dei sei strumentisti dell’Ensemble Interface a cui era concesso lo spazio di qualche secondo per poi perdersi all’interno di un meccanismo di cui erano solo ingranaggio, passando per un testo articolato in diverse lingue (e qui si è manifestata la bravura del soprano nel passare agevolmente fra di esse) e arrivando ad una mancanza complessiva di unità aristotelica nel filo narrativo.

Per un brano che assurge alla cronaca, un altro viene involontariamente dimenticato.

Ed è un peccato perché a seguito della contestazione, è avvenuta la prima italiana del brano De près di Jean-Luc Hervé, un brano che al contrario del precedente fa di tutto per coinvolgere il pubblico, a partire dalla semina di altoparlanti sotto le sedute così da propagare il suono e dare l’impressione di un ensemble profondo ad avvolgere i presenti.

Assecondato da una elettronica utilizzata per valorizzare gli strumenti acustici, il brano si caratterizza per un progressivo e lento anticlimax in cui luci, suoni e strumentisti vanno spegnendosi.

Un brano valorizzato dalla limpida e precisa direzione di Francesco Pavan, che merita un secondo ascolto.

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