Cromie di Vincenza Armino

con prefazioni di Enzo Concardi e Nazario Pardini

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Pubblicata la raccolta poetica dal titolo “Cromie” di Vincenza Armino, prefazioni di Enzo Concardi e Nazario Pardini, nella prestigiosa collana “Analisi Poetica Sovranazionale del terzo millennio”, Guido Miano Editore, 2020.
Già il titolo ci mette in carreggiata nella stesura della nostra esegesi: Cromie. E le cromie non sono forse quelle tante sfumature di colori che reificano i nostri stati d’animo: dal colore pallido della sera, alla luce rosa dell’alba, all’esplosione del sole meridiano. E queste gradazioni non dànno forse l’idea dei nostri patemi esistenziali: malinconia, speranza, gioia; una polisemica e proteiforme significanza con cui l’opera, con tutta la sua fragranza esplorativa, ci mette in viaggio in un mare non sempre in bonaccia. “Nenie e / bianche giunchiglie. // Debordante altalena / di miraggi. // Dolci deliri. // Vita che fugge, / sfugge, / cerca, / anela” (Niente e…).
Vincenza Armino vive la vita come retaggio di un tempo che lascia il segno; che muta una storia in fotogrammi preziosi, in momenti reificanti armonie e miraggi. Il suo abbrivo memoriale è tutto in questo lacerto incipitario che ci dà da subito la misura del suo turbamento esistenziale: giunchiglie, altalena, miraggi, deliri, ‘tempus fugit’, ‘cotidie morimur’ di senecana memoria. Tanti tasselli emotivi che, dopo il tempo del riposo che la poesia richiede, si trasformano in immagini loquaci e disorientanti. Questa è la vita. E la poetessa ne racconta il dispiegarsi, il dipanarsi riportando a galla i momenti più incisivi che hanno avuto un ruolo determinante nel suo percorso vitale: emozioni, memorie, sogni, desideri, illusioni, delusioni…
Ma si sa che la vita non sempre prende la via dei nostri miraggi, e spesso, le cose si complicano, si confondono, lasciandosi dietro delle ombre che ingrossandosi alla sera lasciano in animo rammarichi e splenetici abbandoni. Cosa resta? Forse appigliandosi ai ricordi, rievocando le primavere di altri tempi, non è detto che la vita non rinasca e che non si faccia presente a rafforzare il tragitto che in qualche misura ci ha abbandonati. Non è detto neppure che tale tragitto non si rafforzi portando alla luce personaggi e fatti discioltisi nel nulla. Forse questo è il mezzo più idoneo per prolungarla […].
Nazario Pardini, dalla 1° prefazione
Quella di Cromie è una poesia-frammento che colpisce soprattutto per il linguaggio particolare e per una profonda interiorità dalle raffinate sfumature psicologiche. Tali caratteristiche la pongono in un ambito culturale distaccato dal consueto panorama letterario odierno, anche per via di una poetica praticamente quasi atematica, atemporale e senza dimensioni spaziali, che punta decisamente sulle emozioni, le sensazioni, le vibrazioni dell’animo e dei sentimenti, anche se risultano spesso riposte e quasi velate da una tecnica di scrittura debitrice di alcuni canoni di derivazione ermetica. La soggettività è tra i dati più importanti delle liriche del libro, mentre il mondo, la società, la storia, le realtà oggettive sembrano in secondo piano. Si sarebbe tentati di affermare che si tratti di una poesia giocata sui confini del surrealismo o dell’onirismo, ma non bisogna cadere in quest’inganno poiché la prima realtà che esiste siamo proprio noi stessi.
È evidente nello stile un assiduo lavoro sulla parola, una ricerca estetica e filologica che mira a creare immagini e scenari in un susseguirsi senza sosta di sorprese lessicali e fonetiche, ma anche contenutistiche, come la stringatezza dei versi, i termini-concetto, i vocaboli rari e inusuali, i sostantivi e i verbi solitari, le istantanee situazionali, i significati riposti, le atmosfere rarefatte e impalpabili. Alcuni esempi possono chiarire meglio tutto ciò. Sulla sinteticità: “Ragnatele vibratili, / lattiginosa luce. // Passaggi segreti / dell’anima assorta” (Assolo). Sul linguaggio ricercato: “Rèmigo / nel fresco tintinnar / delle parole. //… M’assale / l’origliare di un adùsto / che trasmigrando inquieta / ogni pensare” (Rèmigo); “Un minuzzolo di tempo / in soliloquio. // Un solitario origliare. // La scarna pupilla / cerca / agognando” (Abbuia). Sui versi d’un solo termine, sulle liriche senza verbi, sulle atmosfere suggestive e i flash d’ambiente: “Luce particolare. / Incanto. / Magia. // Le note di un pianoforte. // Un volto e / il vuoto, / d’una stazione / ferroviaria” (Incantesimo). Altrove, invece, la costruzione sintattica base della lingua italiana, ovvero soggetto-verbo-complemento, si ritrova spesso: “Creature alate / si destavano dentro, / tracciavano / scie luminescenti, / sogni, / sortilegi. // Un mondo incantato / danzava / con lei” (Magie) […].
Enzo Concardi, dalla 2° prefazione
Vincenza Armino è nata a Melicuccà (RC) nel 1950 e vive a Polistena (RC). Insegnante di materie letterarie in pensione, ha pubblicato le raccolte di poesie: Pentagramma (2007), A piedi nudi, nell’anima (2009), Percezioni-Ricordi (2010), All’ombra di un respiro (2011), Messaggi sussurrati (2013), Poca voce (2013), Quando (2014, in Alcyone2000. Quaderni di poesia e di studi letterari), La strada (2015), Le dimore informali (2016), Come faville (2020), Spiragli (2020) e il libro in prosa: Massime, pensieri, riflessioni (2017). L’attività letteraria di Vincenza Armino è trattata nell’opera pubblicata da questa Casa Editrice: Contributi per la Storia della Letteratura Italiana. Dal secondo Novecento ai giorni nostri, volume IV, terza edizione, 2020.

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