Andar via Pasquale Ciboddo

Recensione di Enzo Concardi

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Possiamo considerare questa silloge poetica dello scrittore sardo Pasquale Ciboddo come riepilogativa delle tematiche a lui più care e che quindi assume la forma e la sostanza di un suo testamento spirituale. Il titolo mi sembra particolarmente indovinato, in quanto richiama immediatamente l’immagine della partenza da un luogo per viaggiare verso altre destinazioni, che spesso sono incerte, ignote e si presentano quali miraggi o illusioni. Ma, nel caso di Ciboddo, non si tratta solo di percorsi geografici – che implicano uno sradicamento dalle proprie origini – bensì anche di luoghi della mente, dello spirito, esistenziali. Il libro assume valenze polisemiche, aperto in più direzioni ed aspetti della vita personale, sociale, civile e i motivi ispiratori costituiscono un ventaglio di giudizi e riflessioni sulle tre dimensioni del tempo: passato (memoria), presente (condizione umana oggi), futuro (proiezioni storiche e metafisiche sul destino).

Questo “Andar via” del poeta inizia col tentar di fuggire alle ristrettezze imposte dalla guerra, ma vanamente, poiché i poveri non hanno vie d’uscita: «La guerra / non prometteva nulla: / solo pene e miseria» (In memoria – 1942/43). Un “Andar via” che oggi si ripete, come una condanna biblica, in altre parti del mondo sotto forma di migrazioni di massa, attraverso terre inospitali, deserti, mari che diventano tombe d’acqua: «Esodo / di migranti fuggiaschi / da guerre fratricide /…/ all’avventura / su carcasse di barche / in cerca di rive amiche…» (Esodo). Sopraggiungono altre situazioni, come la distruzione degli ecosistemi, che indurrebbero ad “Andar via” da questa civiltà troppo tecnologica, ma culturalmente arretrata, che è divenuta sinonimo di morte per le creature del pianeta: «Muore il bosco, / scompare l’uccello / ed anche il pescato» (E muore sconsolato). E l’uomo saggio non può far altro che assistere impotente a tale scempio, per cui gli tocca in sorte di morire senza speranza. Si vorrebbe “Andar via” dai nuovi campi di concentramento sorti qua e là nel mondo per le genti migranti, ma anche questo non è possibile, per cui si vive già nell’inferno dei vivi, tra i dannati della Terra, nell’indifferenza generale: «Presi e rinchiusi in recinti / simili a galere, / sopportano il peso / del male disumano, / come Cristo sotto la Croce» (E ordine e pace). Ma anche nella terra che gli ha dato i natali – la Sardegna, la Gallura – il poeta trova motivi di un “Andar via” in realtà già avvenuto, con il crepuscolo della civiltà contadina – poeticamente raffigurata nel dipinto di copertina (Ritorno dai campi, della pittrice Franca Maschio) in cui la natura bucolica delle spighe di grano si sposa con la serenità dei lavoranti – e l’avvento aggressivo della società industriale, che ha costretto i pastori e gli agricoltori a lasciare i propri “stazzi”, vera culla di un cultura con profonde radici nel passato: «Mantengo la fiamma / del fuoco e il ricordo / di arnesi da lavoro / ancora intatti / nel museo del cuore /…/ Come dimenticare /…/ case di antichi / bianchi stazzi?» (Come dimenticare). E a tutto ciò si somma la nostalgia dei tanti momenti di vita, lavoro, festa, gioia, amore, d’un tempo che non tornerà mai più: la dura condizione dell’esistenza dei caprai o l’allegria della gente di campagna o il sorriso che addolciva la vita degli stazzi ora chiusi o il senso che aveva allora la vita oggi perso in un vuoto abissale. I toni apocalittici della lirica dell’autore accentuano il pessimismo antropologico e cosmico che emerge dai testi, ed esiste per lui una sola uscita di sicurezza: la fede nel Signore.

“Andar via” è un fenomeno che interessa anche le anime, gli spiriti e le menti degli uomini contemporanei, ‘partiti’ da sé stessi, dai valori, dall’umano che è sempre più residuale dentro di noi e nelle nostre convivenze: «L’essere umano, / per tornare sano, / se non rallenta la corsa / perde la vita e la borsa. / E sarà la fine di tutto» (E sarà la fine). E, come un aculeo, punge il pensiero incombente della morte: «Quando meno te lo aspetti / t’innamori / e poi d’improvviso muori. / L’esistenza / è una dea / che illude le nostre speranze. / Ti dona l’allegria di nascita / e, a breve, la pena di morte / con divina indifferenza. / Sarebbe, meglio, forse / non nascere / per non soffrire?» (L’esistenza). Qui aleggiano Schopenhauer e Leopardi, ma per fortuna il Cristianesimo viene in soccorso di Ciboddo che scrive: «Così noi, / alla morte del corpo, / respirando aere celeste / riluciamo / nell’immensità / del regno infinito / di Dio» (Riluciamo).

Enzo Concardi