“Ci vuole orecchio” Elio da’ voce a Enzo Jannacci 

Recensione di Amelia Di Pietro

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Andato in scena al Teatro Duse di Bologna

Dopo aver affrontato Giorgio Gaber, Elio (all’anagrafe Stefano Belisari) torna in scena, sempre supportato dalla regia di Giorgio Gallione, con lo spettacolo “Ci vuole orecchio”, andato in scena al Teatro Duse di Bologna e dedicato a Enzo Jannacci, un altro mostro sacro del teatro, della musica, e di un certo tipo di spettacolo in grado di raccontare con leggerezza temi molto seri. Sì perché “chi non ride non è una persona seria”.

A dividere il palco, con Elio, un ensemble di musicisti giovani e carismatici, dall’energia vibrante e dal sound jazzistico, stesso suono di cui erano intrise molte canzoni del cantautore milanese. Martino Malacrida (batteria), Pietro Martinelli (basso e contrabbasso), Sophia Tomelleri (sassofono), Giulio Tullio (trombone) e il più celebre Alberto Tafuri (pianoforte), rappresentano ottime spalle per supportare la comicità di alcuni monologhi e un fantastico tappeto sonoro per esaltare la voce di Elio e le parole di Jannacci, grazie anche agli arrangiamenti di Paolo Silvestri.

In un labirinto di luci colorate, proprio come il poliedrico e multiforme Jannacci, Elio rievoca il “poetastro” scomparso otto anni fa già dal titolo dello spettacolo. E lo fa anche con un megafono, invitandolo a farsi vivo e palesarsi. E sicuramente vivo lo è, nel ricordo delle canzoni che ci ha lasciato e nella trasfigurazione dell’arte che non ha spazio né tempo e che rimane e vive, oltre l’artista stesso.

In un intrecciarsi di canzoni e monologhi Elio ci trascina nell’immaginario del cantautore milanese, e lo fa mostrandoci non solo il lato più conosciuto di Jannacci, quello pieno d’ironia e satira ma anche mettendo in scena il lato più malinconico per raccontare l’artista nel suo complesso come rivela lo stesso Elio: “È un viaggio dentro le epoche di Jannacci, perché non è stato sempre uguale: tra i brani c’è La luna è una lampadina, L’Armando, El purtava i scarp del tennis, canzoni che rido mentre le canto. Ne farò alcune snobbate, Parlare con i limoni, Quando il sipario calerà. Perché c’è Jannacci comico e quello che ti spezza il cuore di Vincenzina o Giovanni telegrafista, risate e drammi. Com’è la vita: imperfetta. E nessuno meglio di chi abita nel nostro paese lo sa”.

Al ricco e mai scontato repertorio – evitando i brani più famosi che rischiano di far diventare un artista cliché e ne offuscano la policromia – dal quale ha attinto Elio per raccontarci la moltitudine di sfaccettature di questo artista milanese sempre fuori dalle righe e dalle convenzioni, si sono susseguiti dei bellissimi e spassosissimi monologhi attinti dalle parole di personaggi come Dario Fo, Umberto Eco, Michele Serra, tanto vicini a Jannacci, ma anche frutto della penna dello stesso Elio. Questi divertenti intermezzi hanno spaziato tra gli argomenti più svariati ma con un unico comun denominatore: raccontare attraverso il surreale, il grottesco e il comico la società con i suoi limiti, le sue contraddizioni e la comicità intrinseca che si cela in ogni situazione.