domenica, Febbraio 25, 2024

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Nel vuoto 

Recensione di Tania Turnaturi

      In scena al Teatro Stanze Segrete di Roma fino all’8 maggio 2022

Negli anni Ottanta Ennio Coltorti offriva un palcoscenico alla nuova drammaturgia italiana con la Rassegna per atti unici “Attori in cerca d’autore” al Teatro Tenda di Paolo Prestipino. Il debutto avviene il 18 settembre 1986 con Ultrà di Giuseppe Manfridi, testo crudo e provocatorio di un giovane drammaturgo che diventerà uno dei più significativi, innovativi ed eclettici autori del panorama teatrale italiano.

Sull’onda del grande successo, Manfridi parteciperà negli anni successivi con Da una stanza all’altra e La cappa bianca e nel 1989 con Nel vuoto portato in scena da Roberto Herlitzka.

La drammaturgia di Manfridi, sostenuta da una scrittura realistica e al contempo aulica, determina gli esiti positivi della rassegna che per 21 anni si svolge nelle storiche sale della capitale, costituendo un trampolino di lancio per giovani attori affermatisi successivamente nel mondo dello spettacolo.

Alla nuove proposte Coltorti dal 1998 offre un’altra pedana, quel luogo dell’anima che è lo spazio intimo e raccolto di Stanze Segrete che quest’anno potrebbe concludere la sua attività. E ha deciso di accomiatarsi con le parole dell’amico Giuseppe, con quel testo intimista che volge lo sguardo all’infinito che è Nel vuoto.

Una giovane coppia e un maturo turista si sono dati appuntamento presso un belvedere in alta quota per assistere a un evento che richiama folle di curiosi, cui la guida dà il segnale di usare il fischietto per fare da richiamo all’unico detenuto ospitato nel carcere di montagna. L’ergastolano era un pescatore che ha ucciso per un pesce, e si nutre di nostalgia per il suo mare. Al suono dei fischietti, la cui vendita è diventata un business per la località, il detenuto esprime la sua disperazione con un lungo e potente sibilo che evoca le strida del gabbiano. I tre turisti si trovano nel luogo più idoneo per sentire il verso del gabbiano, di Manuele. Che salendo dal fondovalle si espande e poi sembra calare dal cielo per effetto della conca che lo amplifica e anche per il modo in cui viene prodotto, e così moltiplicato dal mulinello del vento, talvolta, si ha l’illusione acustica di un turbinio di gabbiani. È il lamento lacerante di un uomo strappato al mare. Un grido di libertà.

Il villeggiante regala due fischietti artigianali da lui prodotti ai ragazzi addestrandoli all’uso e racconta che sale su quella vetta da decine di anni scrutando l’orizzonte col binocolo, come ha fatto il padre per tutta la vita. 

E se Manuele fosse morto? Ormai è un mito e i miti sono immortali.

Il teatro di parola di Manfridi è carico di tensione drammatica. I dialoghi serrati evocano un universo emotivo e percettivo dove la parola evocatrice diventa la voce della natura.

Drammaturgo dotto e raffinato, acuto osservatore della realtà, Manfridi scardina contesti di normalità rendendoli paradigmatici di comportamenti che rivelano profili psicologici inaspettati. La parola, calibrata tra retaggi aulici e influenze contemporanee, assume una capacità introspettiva che dona al piccolo spazio del teatro l’aura di un piccolo confessionale. 

La vocazione affabulatrice del drammaturgo trasferisce la storia di un assassino in un piano di realtà visionaria in cui la tensione emotiva fa trepidare per la sua sorte.

La regia di Ennio Coltorti dirige con empatia se stesso nel ruolo del villeggiante e Andrea Pannofino/Nathan Macchioni, Sara Giacopello/Erica Intoppa alternativamente nel ruolo della giovane coppia.

Ennio Coltorti scrive nella prefazione del volume che contiene i quattro atti unici: “Ho sempre pensato che Giuseppe Manfridi, oltre a essere uno dei più grandi autori italiani, europei ed occidentali, e in più un valentissimo attore, fosse anche un portatore di fortuna. Per questo ho deciso di portare in scena, alla fine di questa complessa stagione, nel mio Teatro d’essai Stanze Segrete, di nuovo Nel vuoto, perché forse la prossima stagione chiuderò quest’altra mia folle attività che dal ’98 mi riempie di gioia e di fatica e quel testo è nato per significare la meraviglia e il mistero della vita, anche nel momento in cui la vita nel suo momento più alto, sublime… improvvisamente scompare. Ma lo farà lasciando testimonianza dell’assoluto al quale tutti tendiamo anche nelle nostre piccinerie e fragilità. Nel vuoto finisce come un fuoco d’artificio: una volta terminato il proprio compito di stupirci ed eccitarci, lungi dall’avvilirci, ci dà appuntamento al prossimo, esaltante momento in cui saremo felici di essere qui, in questo mondo imperfettamente perfetto, dolorosamente meraviglioso; limitato e immenso”.

Al botteghino è in vendita il volume “Quattro atti unici” edito da La Mongolfiere Editrice.

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