ALICE CANTA BATTIATO – recensione di Daria Missori

Domenica 8 maggio al Teatro Politeama di Prato.

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Domenica 8 maggio al Teatro Politeama di Prato.

“Le Nuvole Non Possono Annientare Il Sole”
Quando si spengono le luci al Teatro Politeama di Prato la magia entra
contemporaneamente alle prime note di “Luna Indiana”. Il pianoforte e l’orchestra composta prevalentemente da strumenti ad arco, che il “Maestro” amava attraverso la ventennale collaborazione con il violinista Giusto Pio, innalzano la suggestione di un motivo che pare trasparire da una luce mobile che si innalza oltre le ombre.
Alice entra in scena con la sua capacità vocale e teatrale a rendere omaggio all’amico Franco, a quasi un anno dalla sua scomparsa.

“…Non domandarmi dove porta la strada
Seguila e cammina soltanto
Io non invecchio
Niente più m’imprigiona
Io non invecchio
Niente più m’imprigiona”

I primi brani che sceglie di interpretare ci raccontano una storia che perfettamente si raccorda ad una spiritualità ricercata fra diverse dottrine filosofiche. La sua visione entra così in contatto non solo con l’essere umano ma con tutto il mondo che lo circonda e che completa l’universo.
Alice ci narra di aver chiesto a Battiato di comporre per lei una canzone mistica, come ”l’ombra della luce”. Battiato le fece dono di “Eri con me” del 2012.
La vicinanza con la filosofia buddhista, alla quale Franco con delicatezza aveva colto il segno di una spiritualità, era stata poi frammista alla sua esistenza e al mondo in essa contenuto.

“…La nostra mente, le nostre azioni, sono la causa
Gli effetti invece, il nostro destino…
Viviamo nell’inpermanenza, nell’incertezza della vita condizionata…”

Dopo la magistrale interpretazione di Alice nella prima parte del programma, lei si esibisce in un testo che pare essere uscito per significare il degrado morale e spirituale dei nostri attuali politici. “Povera Patria”, composta nel 1991, parla ancora oggi un linguaggio compatibile con l’attualità italiana “Povera patria / Schiacciata dagli abusi del potere / Di gente infame, che non sa cos’è il pudore / Si credono potenti e gli va bene quello che fanno / E tutto gli appartiene…”
La speranza di Battiato si legge nell’ultima parte del testo, nella quale lascia intravedere un possibile scampo che “Il mondo torni a quote più normali / Che possa contemplare il cielo e i fiori / Che non si parli più di dittature”.
Ci si sarebbe aspettati che alla luce di queste parole la platea si fosse alzata per un tributo alla sua grandezza ed alla sua lungimiranza…
Si continua il viaggio con altri celebri brani come “Summer on a Solitary Beach” ed “Il vento caldo dell’estate” fino ad arrivare a “I treni di Tozeur” in un paesaggio stellare dove, attraverso le sue parole, respiriamo il sale dello Chott El Jerid ed il calore della palma che forgia i mattoni rosa delle sue abitazioni. Il testo del filosofo Manlio Sgalambro fa parte di una collaborazione nata a partire dal 1995 e che si protrasse fino al 2012.
Il finale con “La Cura” si scioglie in un grande sentimento affettuoso e di commozione che tocca la sensibilità personale di ognuno di noi, messo di fronte a scelte dove la solidarietà fortifica il valore dei rapporti umani.
Molta emozione ed applausi fanno rientrare Alice per regalarci nuovi brani, fra cui “Per Elisa” scritta insieme al maestro e con la quale vinse nel 1981 il Festival di Sanremo.
In chiusura invita il pubblico con grande coinvolgimento ad intonare insieme a lei “L’era del cinghiale bianco”.
Oltre all’indiscussa bravura di Alice, che per quasi due ore ci ha regalato la sua voce piena di pathos ed emozione, un plauso va al Maestro Carlo Guaitoli per i meravigliosi arrangiamenti e all’orchestra dei Solisti Filarmonici Italiani.
Il maestro ci lascia un’eredità capace di sollevarci dalle passioni che ci rendono ciechi ed egoisti fino a raggiungere dentro il nostro animo una condizione di pace ed amore verso gli altri. Grazie Alice, Grazie Franco.

Daria Missori