Falstaff e le allegre comari di Windsor

Recensione di Roberta Daniele

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Al “Gigi Proietti Globe Theatre Silvano Toti”, Roma – Dal 24 giugno al 10 luglio 2022

Doppi significati, travestimenti e biancheria sporca abbondano in questo delizioso adattamento della divertente commedia shakespeariana, la cui trama è incentrata sulle donne e sulla seduzione fallita.

La storia è nota. Sir John Falstaff si propone di migliorare la sua situazione finanziaria corteggiando Madame Page e Madame Ford. Ma le “allegre comari” scoprono subito l’inganno e decidono di divertirsi un po’ a spese di Falstaff, costretto prima a nascondersi in casa Ford, in un cesto della biancheria, per poi finire fradicio dopo essere stato buttato nel fiume, fino ad essere pubblicamente umiliato nel bosco, circondato da finti folletti.

Ambientata in epoca elisabettiana, questo spettacolo, diretto da Marco Carniti, con il suo spiritoso mix di umorismo verbale e fisico, celebra una tradizione che descrive la vita familiare suburbana che arriva fino alla sitcom inglese contemporanea.

Falstaff, interpretato da uno straordinario Antonino Iuorio, è il prototipo dei “deboli” che popolano i bassifondi delle grandi città puritane d’Inghilterra. È un individuo abietto, menzognero, millantatore, frequentatore di ambienti malfamati. Eppure, di Falstaff si ride. Questo perché il Cavaliere ha una forte personalità e un umorismo da cartoon, eticamente non buono né cattivo. Certo, Falstaff conserva la coscienza confusa di essere un “tristo sire” ma è di uno spirito scintillante e trova sempre la battuta pronta. 

Fanno da contraltare all’amara buffoneria del protagonista, le due dame (Antonella Civale e Loredana Piedimonte), costrette a perdere tempo con uomini ottusi ed egocentrici, ma “libere” di pensare e agire come le donne di oggi, abituate a fare affidamento l’una sull’altra piuttosto che sui loro mariti.

I raffinati costumi d’epoca di Gianluca Sbicca hanno tanta personalità quanto il cast che vestono; un gruppo vivace di attori che hanno messo il loro cuore e la loro anima in questa opera comica ricca di belle melodie. Nella scena iniziale l’avamposto del palcoscenico porta un po’ di energia di benvenuto con i 16 attori che entrano in azione festeggiando, sulle note dell’inno di Mameli, lo spazio teatrale che era stato loro negato a causa della pandemia.

Ma questo è solo l’inizio di una serie di trovate sceniche sorprendenti e di classe. 

L’interpretazione “en travesti” di Patrizio Cigliano (la governante, Madame Quickly) e di Dario Guidi (il paggio, Robin) sono di prim’ordine nel loro posticcio mascheramento in chiave transgender che serve a sottolineare la varietà di generi e la qualità profondamente teatrale dell’invenzione degli autori. In breve, siamo in una terra di fantasia musicale piuttosto che nel mondo di Shakespeare di ribollente risentimento borghese in cui spicca la vena ribelle delle due protagoniste e la generosa recitazione del primattore. Questa è una di quelle serate in cui esci dal teatro con la sensazione di ricevere un piccolo regalo inaspettato.