Il filo di mezzogiorno – recensione

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A sipario chiuso una donna in vestaglia esce sul proscenio raccontando la difficoltà di
imparare a pronunciare le “e” e le “o” con la dizione che richiede la Reale Accademia di Arte
Drammatica, aprendo le “cerniere” della mandibola per correggere la pronuncia siciliana
d’origine. Affiora il ricordo della madre fredda e severa che le alitava addosso il fantasma
della malattia mentale. Con disarmante sincerità inizia il viaggio a ritroso di Goliarda
Speranza, alla ricerca della memoria perduta in clinica psichiatrica.
All’apertura del sipario appare una scena (di Carmine Guarino) perfettamente speculare con
identici divani, poltrone, scrivanie, librerie, lampade, libri. Uno spazio-tempo che si riflette, si duplica, avanza e retrocede, si interseca e si sovrappone, si tramuta in un salotto privato e nello studio dello psicanalista, si illumina o rimane in ombra seguendo i movimenti disordinati e convulsi della mente di Goliarda che attraversa zone d’ombra e repentini bagliori.
Cresciuta in un ambiente intellettuale, socialista e anticonformista, si avvicina alla recitazione e poi alla scrittura, subisce il carcere come militante antifascista ma gli elettroshock le hanno soppresso i ricordi. Iniziano gli incontri quotidiani a mezzogiorno con lo psicanalista Ignazio Majore voluti dal suo compagno Citto Maselli dopo il tentativo di suicidio.
Lo sdoppiamento della scena è il riflesso dei comportamenti e della comunicazione con “il
medico dei pazzi”. Goliarda non mette a fuoco gli eventi nella giusta successione temporale,
non ricorda, sovrappone l’infanzia a Catania con il presente a Roma, l’attività partigiana con le esperienze di recitazione grazie a una borsa di studio, gli amori e gli affetti familiari. Majore ricorre al suo scibile professionale ma deve misurarsi con la raffinata intelligenza della sua paziente, in un percorso psicanalitico che produrrà un inaspettato ribaltamento con una specularità del rapporto analista-paziente immagine della duplicità dello spazio scenico che avanza e retrocede, si illumina e si oscura.
Dall’iniziale atteggiamento infantile e capriccioso, straniante e incoerente, rigido e insicuro la mente di Goliarda trascolora nei ricordi affastellati e poi nelle emozioni. Affiora la coscienza con le vicende burrascose del padre, Citto, le poesie, l’amore e l’identità si ricompone fuoriuscendo dagli incubi onirici attraverso un confronto, che si tramuta in scontro con il medico su opposte visioni del mondo e della condizione femminile che lascia Goliarda esausta e lo psicanalista disorientato. I frammenti di inconscio e razionalità, memoria e presente, sogno e realtà si compongono in un puzzle che presenta una visione nuova in cui Goliarda si scopre innamorata dell’analista e l’uomo si scopre fragile e incapace di affrontare con freddezza professionale la nuova situazione. È un transfert sostiene lui, invece è amore sostiene spudoratamente lei, respingendo le anacronistiche giustificazioni paternaliste e criticando la psicanalisi portatrice di una visione patriarcale del mondo e delle donne, inaccettabile per una donna emancipata degli anni Sessanta. Goliarda uscirà da quest’amore fortificata e consapevole, lo scienziato verrà devastato nelle sue certezze e nell’intimo, incapace di opporre resistenza alla forza prorompente della libertà intellettuale femminista. L’analista fugge e metà della scena arretra definitivamente. Avanzando nella zona vuota e in  penombra, Goliarda ormai affrancata dalle paure conclude: “Non cercate di spiegarvi la mia morte, non la sezionate non la catalogate per vostra tranquillità, per paura della vostra morte, ma al massimo pensate – non lo dite forte, la parola tradisce – non lo dite forte ma pensate dentro di voi: è morta perché ha vissuto”.
Il libro autobiografico Il filo di mezzogiorno pubblicato nel 1969 da Garzanti e oggi da La
nave di Teseo, racconta con lucidità il suo percorso psicanalitico fuori dagli schemi,
intrecciato all’irruenza della vita e della libertà.

La regia di taglio cinematografico di Mario Martone è la chiave che fa emergere i chiaroscuri
di una personalità prorompente e le dinamiche emotive dell’analista chevuole far uscire dalla palude la sua paziente, supportato dalla riscrittura di Ippolita Di Majo che ha operato un adattamento non semplice da realizzare.
Donatella Finocchiaro è credibile e intensa sia quando si inoltra nei labirinti della psiche che
nel finale, quando diventa risoluta e seducente, affiancata da Roberto De Francesco che
attraversa tutti i registri dell’analista che confida nella scienza e dell’uomo in balia degli
eventi, fronteggiandosi e penetrando ciascuno nella psiche dell’altro.
Luci di Cesare Accetta, Mario Tronco ha musicato il canto dei pescatori delle isole Eolie,
costumi di Ortensia De Francesco.