Teatro Ciak, La donna che visse due volte

In scena a Roma fino all’11 dicembre 2022

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Dal romanzo di Thomas Narcejac e Pierre Boileau, Alfred Hitchcock nel 1958 ricavò il film Vertigo considerato, secondo il sondaggio di Sight and Sound per conto del British Film Institute, la più bella pellicola di tutti i tempi, scalzando il primato di Orson Welles con Quarto potere.
La vicenda del poliziotto John “Scottie” Ferguson che soffre di vertigini e viene ingaggiato dall’ex compagno di college Gavin Elster con l’incarico di pedinare la moglie Madeleine affetta, a suo dire, da strane ossessioni e vuoti di memoria, ha scatenato brividi di vertigine in generazioni di spettatori.
L’horror vacui è una sensazione di pericolo diffusa che condiziona molti comportamenti ma, nel caso del nostro protagonista, ne stravolge l’esistenza.
Madeleine giunta all’età in cui la bisnonna Carlotta Valdés si è suicidata perché le era stata sottratta la figlia, si identifica con lei, ne visita al tomba al cimitero, sosta a lungo davanti al suo ritratto al museo e si è riservata una camera nell’albergo dell’antico palazzo del casato. Un giorno, vagando soprappensiero, si getta nelle acque della baia di San Francisco e Scottie la salva e la porta nel suo appartamento per farla asciugare.
Si instaura una confidenza che induce la donna a confessare i suoi incubi e Scottie, innamoratosi di lei e del mistero che la circonda, accetta di accompagnarla alla missione spagnola di Sa Juan Bautista per fugare le paure. Madeleine improvvisamente si stacca da lui arrampicandosi su per le scale del campanile, l’uomo sopraffatto dalle vertigini non può seguirla e, in preda allo sconforto, vede la sagoma della donna precipitare nel vuoto.
Dopo un lungo periodo di depressione scatenata dai sensi di colpa, nella comparsa di un film crede di riconoscere la donna amata e perduta. La cerca spasmodicamente e trova Judy, che corteggia con insistenza inducendola a vestirsi e pettinarsi come Madeleine, finché dal medaglione di una collana capisce che si tratta proprio di lei e scopre il raggiro. Costringe così la donna a tornare sul luogo del delitto, dove troverà realmente la morte.
Un femminicidio, si definirebbe oggi. Il delitto scaturito da un amore malato. Non ritrovando in Madeleine la donna che amava, la sopprime in un impeto di furore, precipitando nel vortice oscuro della passione predatoria e vendicativa.
Il finale teatrale si rifà così al finale del libro, diverso da quello scelto da Hitchcock che fa precipitare Madeleine per un mero accidente, attenuando la responsabilità di Scottie.
La messinscena di Anna Masullo della traduzione e adattamento di Masolino D’Amico rende plausibili gli stati d’animo dei protagonisti, pur ricorrendo a una scenografia scarna ed essenziale (di Francesco Ghisu). Le proiezioni video sui fondali creano la tridimensionalità delle vertigini iniziali con spirali in cui galleggia una sagoma umana, e della prospettiva delle lapidi al cimitero dove riposa Carlotta Valdés.
Lo scorrimento di pannelli cela o svela accortamente scorci di cambio di scena come l’angolo della camera d’albergo, il tavolo al ristorante o il tratto iniziale della scala a chiocciola del campanile.
Sapiente il gioco di luci radenti di Marco Catalucci che amplificano la suspense soprattutto con la vivida luce verde. Suggestiva e malinconica la scena dell’epilogo, in cui le due figure avanzano in controluce verso la scala della missione, materializzandosi man mano in una gelida e spettrale colorazione ocracea.
Ruben Rigillo con i tentennamenti e la postura esprime l’inquietudine romantica di Scottie con qualche rimando al James Stewart del film. Linda Manganelli è sperduta e fragile nel sottile gioco paranormale di Madeleine, evocando Kim Novak nell’acconciatura a chignon, divenendo poi determinata e volitiva nel ruolo di Judy. Fabrizio Bordignon ed Enrico Ottaviano sono gli altri interpreti.
Le musiche di Alessandro Molinari sottolineano i momenti topici con un vago senso di inquietudine.

Tania Turnaturi