Valerio Mastrandrea racconta lo sconforto della nostra società in “Qui e Ora”

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fotoDue vite che si incontrano “scontrandosi”. Due destini apparentemente inconciliabili costretti a trovarsi faccia a faccia a causa di un incidente. Questo è l’assunto di “Qui e Ora” lo spettacolo andato in scena all’Arena del Sole (17 -20 gennaio) che vede il ritorno di Valerio Mastrandrea a teatro.

Un grosso boato, poi lo schianto. Quando il palco si illumina lo scenario dell’incidente è chiaro. Due uomini a terra, due moto avviluppate fra esse e la strada. Vuota, desolata e desolante. A ostacolare la prontezza dei soccorsi è anche il giorno in cui si svolgono i fatti: il 2 giugno, festa della Repubblica. Ed è proprio questo deserto a mettere in gioco le dinamiche dei due protagonisti. In un posto dimenticato da tutti – metafora della nostra società civile? – questi due uomini feriti e isolati sono costretti a confrontarsi e a reagire, ognuno a modo proprio, a un evento straordinario.

Mattia Torre (scrittore e regista della pièce) ha realizzato due archetipi sociali agli antipodi: uno, Aurelio Sampieri, perfettamente inserito nel “sistema”, affermato conduttore di una trasmissione radiofonica che parla di cucina – evidente sarcasmo nei confronti del dilagare delle trasmissioni culinarie – e l’altro (interpretato da Valerio Aprea) un anonimo disoccupato, uno dei “dimenticati” del nostro tempo, un invisibile. Isolati dalla civiltà, seppur a due passi da essa, i due si superstiti devono reagire a una situazione di emergenza e, proprio come accade nella vita, il “doversi rialzare” dopo una catastrofe, diventa qui inevitabile. E così attraverso una serie di azioni gli attori mettono in scena il profondo malessere di questo tempo, il disagio che si vive sia appartenendo al sistema sia sentendosi estranei a esso. Sampieri infatti è costretto, come uno schiavo dell’ambiente in cui vive, ad affrontare la diretta della sua trasmissione radiofonica dal luogo dell’incidente, piegandosi così alla volontà di un’ideologia dell’“esserci a ogni costo” che lo ha inglobato nei suoi meccanismi come la rotella di un ingranaggio che non può cessare di funzionare. L’altro invece è un disoccupato, ignorato dalla società, che vive il disagio di non appartenenza. Così diversi eppure così vicini nel malessere i due, in un crescendo di dialoghi incalzanti, pungenti e ironici metteranno in scena le loro frustrazioni, ansie e nevrosi. E, chissà perché, alla fine ci sentiremo vicini a entrambi e il loro disagio sarà penetrato nello spettatore mettendolo in una condizione di profonda empatia con i protagonisti.

 

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